Devo ammettere che l'ambiente familiare in cui nacqui non era dei migliori, i miei parenti avevano numerosi problemi con la legge. Mio zio materno, Giuseppe Nicola Coviello, era un bandito e morì bruciato in una capanna di paglia ove si era nascosto per sfuggire alla polizia, mentre un'altro zio ma di origine paterna venne condannato a dieci anni di reclusione per aver picchiato un soldato borbonico e,appena uscito di galera, dovette scappare in Puglia dopo aver ucciso un uomo per una questione di gioco.
Gli atti malavitosi dei miei parenti, gioco forza influenzarono anche il mio comportamento. All'età di 20 anni, venni malmenato per una faccenda di gioco e tre anni dopo venne pestato e pugnalato da cinque persone che mi costrinsero a tre mesi di letto per poter guarire. Ma, anziché denunciare l'accaduto alla polizia, preferii la vendetta personale (anche perchè era per mè l'unica cosa giusta da fare). Qualche mese dopo (la vendetta è un piatto che si serve freddo!), uccisi uno dei miei aggressori a colpi di ascia!
Ma fui scoperto e ciò mi costò dieci anni di carcere a Ponza, ma riuscìi ad evadere nell'agosto 1860. E così come tanti fuorilegge di quel tempo, tentai di arruolarmi nell'esercito di Garibaldi per poter ricevere la grazia ma fui scartato. Tentai la stessa cosa presentandomi a Salerno da Nicola Mennuni, comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, e facendo domanda di arruolamento nella Guardia Nazionale ma entrambi gli esiti furono negativi. Essendo ormai un ricercato ed affamato, iniziai a vivere di rapine e furti, rifugiandomi nei boschi del Vulture. Il 7 gennaio 1861, diedi una svolta alla mia vita incontrai Carmine Crocco, con il quale stipulai un rapporto di stretta collaborazione, divenendone uno dei più fidati subalterni. Assieme a Crocco, partecipai a numerosi saccheggi, conquistando prima tutto il Vulture e le città di Melfi, Rionero, Ruvo del Monte, (senza mai riuscire a prendere la mia città natia, Avigliano), poi gran parte della Basilicata e spingendosi fino all' avellinese e il foggiano. Fui protagonista di numerose rappresaglie ai danni dell'esercito sabaudo ero conosciuto da tutti per le mie grandi doti di stratega in battaglia e, soprattutto, per la freddezza e la brutalità, attributi che mi resero uno dei briganti più temuti di quel tempo. D'altronde un brigante è un'insorgente e quindi un partigiano impassibile nel compiere atti ferini. La mia compagna, Maria 'a Pastora, era anch'essa una brigantessa di Pisticci un comune della provincia di Matera (Bianca sul suo colle argilloso la piccola città silente, sovrana coronatrice del vasto paesaggio tra i fiumi Basento e Cavone, svetta da vie tortuose e chiare. Il sole indugia in lunghi ozii meridiani fra le ospitali case basse e cuspidate, sullo sfondo delle montagne gibbose orlate di agavi aguzze, di secolari ulivi e di fichi d'india), era sempre accanto a mè durante gli assalti e le imboscate. E se dovevo strappare il cuore dal petto dei bersaglieri miei prigionieri, Maria mi porgeva sempre il coltello! Nel gennaio 1863, il capitano Capoduro, un vecchio contadino,con quattro soldati e un delegato della Pubblica Sicurezza di Avigliano. Nel marzo 1863 a San Nicola di Melfi, massacrai 15 cavalleggeri di Saluzzo, guidati dal capitano Bianchi.
A tale scontro parteciparono anche le bande di Crocco, Caruso, Coppa , Caporal Teodoro, Marciano, Sacchetiello e Malacarne. Dopo essere stati sorpresi nel bosco di Rapolla dalle truppe sabaude che fucilarono e bruciarono 200 briganti, insieme a Caporal Teodoro e Tortora preparammo una violenta ritorsione: Catturammo e uccidemmo i soldati in arrivo da Venosa per una perlustrazione ed il loro tenente venne decapitato, così come loro ci decapitavano! Ma oramai era quasi conclusa la lotta contro di noi briganti, l'8 febbraio 1864 la mia banda fù decimata presso Avigliano e 17 dei miei uomini furono uccisi, riuscii a darmi alla fuga ma oramai migliaia di soldati mi davano la caccia e così dopo circa un mese, il 13 marzo, fui catturato insieme a 3 miei fidi uomini nei pressi di Lagopesole dalla Guardia Nazionale di Avigliano. Venimmo giustiziati subito presso la masseria Frusci e morìì per mano del caporale della Guardia Nazionale, Nicola Coviello, con due colpi di cui uno dritto nella gola, per vendicarsi dell'assassinio del cognato compiuto dal brigante aviglianese il 27 giugno 1863. Ma la verità è che venni subito ucciso per ordine del comandante della Guardia Nazionale aviglianese, Don Benedetto Corbo, appartenente ad una delle maggiori famiglie gentilizie della zona, per evitare che venissero alla luce sue presunte connivenze controrivoluzionarie. Due mesi dopo, lo stesso Corbo fu coinvolto in un'altra vicenda di complicità con i briganti e venne accusato dal generale Baligno, comandante delle truppe di Basilicata, di aver rilasciato senza permesso alcuni briganti appartenenti alla mia banda! La mia salma fù portata il giorno dopo a Avigliano e fu appesa all'Arco della Piazza come monito. Dopo la mia morte, i miei uomini superstiti confluirono nella banda "Ingiongiolo" di Oppido Lucano.
Dopo la mia morte, Michele De Carlo, a quel tempo sindaco di Avigliano, compose un acrostico in mio onore. Le lettere iniziali di ogni verso formano la frase "ECCO NINCO NANCO".
Eroe non son più, di sangue intriso
Corsi i campi ove sorge il Sacro Monte
Col ferro, il fuoco, lo sterminio e l’onte
O’ l’uman diritto e quel di Dio deriso.
Col ferro, il fuoco, lo sterminio e l’onte
O’ l’uman diritto e quel di Dio deriso.
Nessun mi guardi con pietade in viso
Il nome di Cain mi bolle in fronte ;
Non rispettai del mio battesimo il fonte;
Crudel mi son su cento tombe assiso
Or del Carmelo la Patrona e Diva,
Il nome di Cain mi bolle in fronte ;
Non rispettai del mio battesimo il fonte;
Crudel mi son su cento tombe assiso
Or del Carmelo la Patrona e Diva,
Non più soffrendo la mia fausta sorte,
Arcano, ausilio ad AViglian largiva;
Negar non posso che Colei può molto,
Che al di qua di quel Monte ebb’io la morte.
Oltre quel Monte è mio fratelsepolto.
Arcano, ausilio ad AViglian largiva;
Negar non posso che Colei può molto,
Che al di qua di quel Monte ebb’io la morte.
Oltre quel Monte è mio fratelsepolto.
Eugenio Bennato mi ha dedicato la canzone Ninco Nanco.
Sono stato interpretato da Branko Tesanovic nel film Li chiamarono... briganti! (1999) di Pasquale Squitieri. Mi è stato intitolato il "Trofeo Ninco Nanco", manifestazione gastronomica che si tiene annualmente e ove partecipano vari istituti alberghieri della Basilicata.
- Ninco Nanco su www.brigantaggio.com
- Canzone dedicata alla figura di Ninco Nanco("http://www.youtube.com/v/UgSMorpKT5E?fs=1&hl=it_IT" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object>)
Proprietari terrieri in testa, baroni feudali preoccupati solo di non perdere le loro ricchezze e di allearsi con la borghesia industriale del Nord per «cambiare qualcosa affinché non cambiasse nulla».Per cinque anni a Napoli ci fu un esercito di occupazione. E se il generale Cialdini mise tutto a ferro e fuoco non fu solo per combattere i briganti che sarebbe ora di considerare meno briganti di quanto si volle far credere. Il Sud continua a intestargli strade come un benemerito.Ma bisognerebbe leggere i rapporti degli inviati dei Savoia per capire che consideravano i sudisti poco più che selvaggi. Si presero il tesoro dei Borbone, che non avevano debiti, per pagare i loro debiti. Imposero uno Stato centralizzato alla francese quali loro erano. E ignorarono i suggerimenti a considerare una forma federale che venivano dagli stessi meridionalisti, ma allora, quando sarebbe servito a evitare scippi e spoliazioni non ora a rapina compiuta con quel dritto di Bossi. Disegnarono il territorio del Sud non tenendo conto della geografia ma della necessità dei loro prefetti di dividerlo per dominarlo meglio. E disegnarono i collegi elettorali per dare al Sud una rappresentanza minore in Parlamento rispetto al Nord. L’Italia unita era già in partenza un’Italia del Nord. Ovvio che pensassero anzitutto ai loro interessi, con la complicità degli «utili idioti» del Sud. Ogni decisione economica presa da allora a oggi ha favorito il Nord danneggiando il Sud. Così i meridionali, se non erano più briganti, diventarono emigranti. E fino ai nostri giorni, quando sono partiti contadini e arrivati terroni. E ogni volta che il Sud si arrabbiava, si faceva una legge speciale: 1892, 1904, 1908, 1920, 1950. Che non risolveva nulla, se le leggi non speciali poi andavano in altra direzione. Ma l’Unità si doveva fare, sarebbe folle pensare il contrario: perché solo così siamo diventati un grande, libero, democratico Paese, nonostante incidenti di percorso. E nonostante il divario fra Nord e Sud che l’unità ha creato e mai risolto. Si dice: ma il Sud ha sprecato immense risorse. La Cassa per il Mezzogiorno, ad esempio. I cui fondi in trent’anni sono stati solo lo 0,67 della ricchezza nazionale (pesa più un odierno Superenalotto). Che comunque hanno trasformato il Sud molto più di quanto l’Unità avesse fatto. E che venivano spesi dallo Stato non dal Sud. Con un patto scellerato con le imprese del Nord che scendevano per divorarsene il grosso. Tutti contenti, tranne poi sparare sul solito Sud parassita «che vive con i nostri soldi». Eppure la cattiva coscienza nazionale continuava a pensare che per il Sud occorresse intervenire. Essendo assurdo appunto che il grande, libero, democratico Paese non riuscisse a risolvere un problema risolto altrove nel mondo ovunque ci fosse. Ma poi, improvvisamente, il Sud è uscito non solo dall’agenda dei governi, ma anche dalla cattiva coscienza collettiva, dalla memoria, dai convegni, dai giornali. Mentre al posto della «questione meridionale» si imponeva la «questione settentrionale». Diventata «egemone», cioè dominante e accettata a prescindere. È stato quando, con Tangentopoli, sono scomparsi i grandi partiti nazionali. È stato quando, col mondo senza più frontiere, le piccole patrie si sono chiuse in se stesse per difendere la loro roba: chi se ne frega della nazione, contano i territori. È stato quando la Lega Nord, non vedendo opposizione, ha fatto diventare politica i più triti luoghi comuni dei suoi bassifondi, il rancore contro i meridionali, contro Roma e le tasse, contro l’Unità (proprio loro).Ecco perché questi 150 anni capitano nel momento più disgraziato e l’eroico presidente Napolitano parla controvento. Nel momento in cui non solo non si sono fatti gli italiani, ma rischia di non essere fatta più neanche l’Italia. Il Sud deve piangere sui suoi peccati, essersi governato in modo spesso infame. Dipende solo da se stesso. Ma anche il Nord deve capire che da solo diventa una Svizzera ricca ma ininfluente. Ci vorrebbe uno di quei guizzi che fanno la storia. Nel frattempo Bossi rilancia i dialetti perché gli sta sulle scatole questa lingua italiana che unifica, maledizione, il Paese.