mercoledì 28 settembre 2011

Dopo l'unificazione emerse in tutta la sua drammaticità il malessere del sud. Nella nuova capitale preferirono parlare di "delinquenti comuni" e reprimere tutto con la forza. Ma il problema era più complesso.
Nel periodo della storia italiana che va, grosso modo, dal 1861 al 1870 assistiamo a un fenomeno storico definito un po' frettolosamente con il termine negativo di "brigantaggio meridionale".
I piemontesi avevano fatto l’Italia e fecero anche la storia di quel periodo; per decenni si è semplicemente descritto quello che è accaduto nelle province dell’Italia meridionale come un mix tra tentativi leggitismitici dei borboni e criminalità comune. La realtà però non era così semplice.
Il brigantaggio meridionale ha rappresentato un fenomeno complesso generato da diverse cause, in cui i vari protagonisti sono stati letti e interpretati dagli storiografi in vari modi.
Bisogna partire da un dato: l’unificazione avvenuta nel 1861, aldilà della versione edulcorata che i Savoia hanno voluto dare, fu in realtà una conquista; il regno di Sardegna servendosi sia dell’esercito ufficiale (la calata dal nord attraverso lo stato pontificio) sia attraverso l’azione dal sud di un gruppo di volontari (della cui azione il governo di Torino, e non solo, sapeva tutto) procedette ad occupare ed annettere il regno delle due Sicilie.
Fu guerra e conquista; anche se le prebende e le promesse dei Savoia ammansirono molto i comandanti dell’esercito borbonico !
Una volta conquistato il regno delle due Sicilie, la nuova amministrazione si trovò a dover gestire un terzo del nuovo stato che aveva “subito” l’unificazione e che certamente non l’aveva né voluta né aiutata.
Accanto a questi nuovi sudditi, il governo di Torino si trovò ad affrontare coloro che stavano lottando per il pane e la terra, nel secolare tentativo di affrancarsi dalla fame, coltivando un pezzo di terra che non apparteneva a nessuno o prestando le proprie braccia al signorotto locale.
I nuovi liberatori erano un po’ “prevenuti”. Appena varcati i confini del regno borbonico i generali piemontesi si affrettarono a chiedere poteri eccezionali per combattere contro quelle popolazioni che non accettavano di sottomettersi docilmente ai nuovi liberatori (si vedano le richieste,ad esempio, del generale Della Rocca).
La fuga di Francesco II da Gaeta, dove aveva tentato un difesa simbolica, a Roma, segna anche formalmente la caduta del Regno delle due Sicilie e la contestuale smobilitazione di tanti soldati borbonici, cui non venne neppure chiesto di aderire al nuovo esercito italiano.
Viene deciso, anche, lo scioglimento “dell’Armata Garibaldina”; tale decisione provocò malessere tra gli uomini cui non vennero mantenute molte delle promesse fatte nel momento dell’ “arruolamento” e delusione negli ambienti “democratici” e “rivoluzionari” che l’eroe dei due mondi aveva infiammato sin dai primi giorni della sua impresa nel sud dell’Italia.
Queste situazioni critiche si assommarono ad un'altra, ancora più antica, che dilaniava il regno borbonico: quello della fame di terra.
Tentativi di risolvere questo problema erano state attuati con Napoleone, modificati con la restaurazione, ma la questione esplose nuovamente con le rivoluzioni di metà ottocento.
“Per i cafoni era una situazione senza uscita; erano espulsi dall’universo feudale – che garantiva qualche possibilità di sopravvivenza- e non potevano entrare nel mondo capitalistico moderno, in qualità di proprietari”.
In poche parole le misure introdotte avevano alla fine fatto arricchire e diventare più potenti i vecchi possidenti (l’aristocrazia feudale e nobiliare si era in qualche misura imborghesita) e gli stessi nuovi ricchi (i nascenti borghesi) riuscirono a fare buoni affari. Chi ci rimise sempre fu il povero contadino, quello che doveva usare il proprio lavoro per mantenere la propria famiglia.
Fu guerra civile quella che sconvolse il sud del nostro paese; il neonato esercito italiano arrivò ad impegnare ben 120.000 uomini, quasi un terzo dell’intero esercito.
Un esercito senza guide, senza carte geografiche, con abbigliamento inadatto, mandati alla ventura in un territorio ostile, con la popolazione che li guardava con diffidenza.
Spesso furono gli stessi comandanti militari a denunciare gli episodi di violenza a cui si lasciavano andare i soldati.
E quale situazione disperata incontravano nelle nuove regioni i soldati se ne trova traccia nelle lettere che i militari spedivano a casa; lettere in cui emergeva la sofferenza del popolo e il fastidio che molti militari provavano nello svolgere funzioni di ordine pubblico.
Come nel racconto di Ermenegildo Novelli in cui scrive “ Laggiù mancava tutto quello che occorre alla civiltà. Scuole, neanche a parlarne; strade, poche… I poveri contadini avevano case tali da far loro invidia le nostre stalle, e gli stallotti da maiali… Che cosa si poteva pretendere da gente che viveva a quel modo ? Con gli animali in casa accanto a vecchi e bambini?
Contro l’esercito in divisa, si schierò un esercito composito, un’armata brancaleone.
“Per la loro stessa composizione, le bande svolgevano un’azione ambigua. ….. c’erano i ribelli autentici, i borbonici sinceri, i soldati delusi e rancorosi, ma c’erano anche i banditi, i disadattati, i profittatori”
Si ritiene che le bande che si affermarono nel corso del decennio, anche se il brigantaggio nella fase più acuta durò solo un lustro, furono circa 350 che coinvolsero decine di migliaia di uomini.
Da Roma, Francesco II cercò di indirizzare questo moto esploso nel sud.
Inviava soldi, pochi rispetto a quello che gli ambienti borbonici promettevano, inviava uomini che reclutava sia nelle sue ex province sia a Roma, tra gli stagionali che si recavano nello stato pontificio a cercare lavoro, e inviava anche comandanti che dovevano guidare le truppe del sud nella lotta per riportarlo sul trono di Napoli.
Ma i suoi generali fecero una brutta fine.
Borges, legittimista spagnolo, ex combattente nella guerra civile spagnola, carlista e tradizionalista sbarca in Calabria con ben 17 uomini (!!!) e si unisce in basilicata con Crocco; la visione dei due è diversa e alla fine sarà il generale invato dai borboni ad abbandonare la lotta e a tentare di ritornare a Roma; ma verrà arrestato e fucilato dai soldati italiani.
Anche Tristany, altro legittimista spagnolo, non ebbe maggior fortuna.
Dopo essere entrato in contatto con la banda di Chiavone , lo fece fucilare da un consiglio di guerra perché non aveva rispettato alcune sue decisioni; lasciò presto però la lotta e riparò nel 63 nello stato pontificio dove fu arrestato dai soldati francesi.
Questi due importanti esempi dimostrano come sia falsa la vulgata che vuole far passare il brigantaggio solo come una guerra legittimista; per molti ci fu un uso strumentale della causa del ritorno di Francesco II; i briganti dimostrarono la loro fedeltà al trono e all’altare (erano religiosissimi) ma seppero usarli per i loro fini e per la loro battaglia!
A quest’esercito formato da tanti straccioni, con tante e diverse motivazioni lo stato Italiano ripose in maniera e decisa con un'unica maniera: con la forza. La guerra fu il primo rapporto che si instaurò tra le ex province borboniche e il resto dello stato italiano.
Da subito fu proclamato lo stato d’assedio in molte province dell’italia meridionale e vennero dati poteri speciali all’esercito.
Nel 1860, pochi giorni dopo l’incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, il generale Pinelli nei pressi di Avezzano fece pubblicare un bando che prevedeva la fucilazione immediata non solo per chi era stato trovato in possesso di armi da fuoco, coltello o qualunque altra arma ma anche per quelli che con parole o soldi incitano i contadini (definiti villici) a ribellarsi, o per coloro che con parole o atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re o la bandiera nazionale italiana.
Si arrivò ad arrestare i parenti dei presunti briganti, fino al terzo grado, per costringerli a costituirsi e si confiscarono beni e mezzi di interi paesi.
Nel 1863 venne promulgata la legge Pica che inaspriva le sanzioni, e voleva fare terra bruciata intorno ai briganti; vennero inviati al domicilio coatto o nelle isole i manutengoli , i fiancheggiatori.
I paesi vennero messi a ferro e fuoco per dimostrare che il nuovo stato puniva chi collaborava o sosteneva i briganti.
Venne fucilato, senza processo, chiunque veniva sorpreso con armi addosso fuori dai centri abitati; viene accusato di essere collaboratore chi è trovato a trasportare viveri o altri generi fuori dai paesi.
Si creò un circolo vizioso per cui i briganti assaltavano i villaggi, seminando terrore e violenza; magari occupavano le case per alcuni giorni e poi lasciavano i poveri ruderi.
A quel punto arrivavano i soldati che punivano la popolazione; individuano e colpivano i collaboratori, procedevano a sequestri e razzie e, con tali comportamenti, spingevano gli abitanti ad andare alla macchia a combattere contro i piemontesi.
La repressione, da parte di quelle che di fatto si comportavano come truppe di occupazione, fu dura nei confronti dei contadini e della povera gente, mentre per i proprietari, anche quando i sospetti di manuntegolismo erano più che fondati si procedette con qualche cautela.
Tra l’agosto del 1863 e il 1864 furono celebrati 3613 processi per 5224 imputati.
Fino al 1865 rimasero uccisi o passati per le armi 5212 e furono tratti in arresto 5044 persone.
La battaglia contro i briganti fu vinta a caro prezzo dallo stato; quello che fu il periodo più acuto terminò nel 1865; ma gli scontri e le scorribande durarono fino al 1870.
Il problema fu risolto, ma in un modo modo che, nei fatti, condizionò e per sempre i rapporti tra le popolazioni appena sottomesse e lo stato italiano.
I problemi che avevano causato questo fenomeno non vennero mai affrontati e su questi si innestò quella che poi sarebbe conosciuta come la questione meridionale.
Pasquale Villari, storico e letterato napoletano, nelle sue “lettere meridionali” scriveva: “Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo pensato poco. In questa, come in molte altre cose, l’urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali soli possono impedire la riproduzione di un male che certo non è spento e durerà un pezzo. In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici”.
Un ufficiale dell’esercito italiano, che aveva partecipato alla campagna contro i briganti, in risposta a quest’opera scrisse una lettera al Villari, in cui, chiedendo di rimanere anonimo, esprimeva questo giudizio sul brigantaggio condivisibile e particolarmente lucido: “ Il brigantaggio antico e contemporaneo … trae unicamente origine dalla triste condizione sociale delle popolazioni, non dagli avvenimenti politici, che se possono aumentargli forza non basterebbero mai a dargli vita; e neppure da cattiva indole o nequizia degli indigeni, che in verità hanno dalla natura vivezza d’ingegno, carattere dolce e sommesso”.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
A cura di A. De Jaco, Il Brigantaggio Meridionale
A cura di m Viglione, La rivoluzione Italiana, il Minotauro 2001
S.Scarpino, Il brigantaggio dopo l’unità d’Italia, Fenice 2000, 1993
A Matteri, Brigantaggio Sommerso, Scipioni Editori
Aa.vv, Miti e Storia dell’unità d’Italia, il mulino 1999
Denis Smack Smith, Storia d’Italia 1861-1969

martedì 27 settembre 2011

Le Quattro Giornate di Napoli

Prima dell'arrivo degli Alleati Napoli era libera non senza aver pagato il suo contributo di vite umane ben 4828 tra partigiani e civili. 
NAPOLI - MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE 
...sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia.
Il dato di fondo importante è la stretta unione che venne a crearsi tra tutti i napoletani di tutte le classi sociali e tutti i censi. Questa coesione totale che sopperì alla mancanza di organizzazione politica e militare che la Resistenza ebbe il tempo di darsi nel resto d'Italia: a combattere insieme per le strade c'erano comunisti, socialisti, cattolici, liberali, azionisti, operai, contadini, impiegati, nobili ed industriali, la liberazione della città era sentita come impegno civile per la libertà e l'indipendenza del Paese dallo straniero, ma soprattutto come liberazione dalle sofferenze, dall'orrore e dalla fame. Questo fù il vero Risorgimento!
Mentre i civili erano scesi in campo (manifestazione studentesca del 1 settembre in Piazza Plebiscito - rappresaglia con un incendio all Biblioteca nazionale -, assemblee al Liceo Sannazzaro al Vomero) al contrario, i militari, che erano stati tanto zelanti pochi mesi prima nel reprimere tutte le manifestazioni pacifiste, restavano completamente inerti. I reparti tedeschi (20.000 uomini) presenti a Napoli ed in tutta la Campania erano meglio equipaggiati ma sicuramente meno numerosi di quelli italiani, ma i generali Ettore Del Tetto e Riccardo Pentimalli non se la sentirono né di intervenire direttamente né di accettare la richiesta del Comitato dei Partiti Antifascisti, che domandava di distribuire le armi al popolo napoletano; la loro unica preoccupazione fu quella di non irritare i tedeschi, dandogli così il tempo di organizzarsi, gli ultimi atti di Del Tetto furono proprio la consegna della città all'esercito tedesco e la stesura di un manifesto che, vietando gli assembramenti, autorizzava i militi a sparare sulla folla in caso di inadempienza.Ci furono comunque dei militari che si distinsero dalla massa per i propri atti eroici: il generale Ferrante Gonzaga, comandante di una divisione stanziata a Salerno, il quale si rifiutò di ordinare ai suoi la resa venendo trucidato; il colonnello Ferraiolo, ucciso a Villa Literno; dieci ufficiali del 12° e 18° reggimento fucilati a Nola; infine ricordiamo i numerosi gruppi militari che a Napoli si oppongono ai tedeschi, tra i quali cade il tenente Farneti ed alcuni altri tra sottufficiali e soldati semplici; scontri cruenti si abbero alla caserma Zanzur, a quella dei carabinieri Pastrengo e al 21° centro di avvistamento di Castel dell'Ovo.
Nel frattempo i civili prendono sempre più coraggio, addirittura fanno prigioniero un drappello di nemici, salvo poi liberarlo onde non scatenare rappresaglie che però avvengono lo stesso, come la cattura e la fucilazione l
'11 settembre di quattordici carabinieri i quali volevano salvare dalla distruzione il palazzo dei telefoni in Via Depretis. Il giorno dopo i tedeschi compiono l'atto di massimo furore verso un popolo che, pur disarmato, tenta di difendersi strenuamente: i nazisti credono che incendiando l'Università
possano annientare i valori di libertà e civiltà che animano la gente, ma purtroppo per loro non era così.
La
Resistenza del territorio napoletano fu animata, tranne che in pochi casi, non dall'alto ideale della libertà o dall'amor patrio ma da un forte istinto di conservazione, di insofferenza alla fame e dal rifiuto dei giovani ai rastrellamenti
, che indussero i napoletani a scagliarsi contro i tedeschi non come oppressori, ma come alleati dei fascisti che dovevano pagare per averli condotti in quel pietoso stato.
Con l'incendio del 12 settembre si chiuse il primo periodo dell'occupazione nazista: se fino ad ora i tedeschi erano indecisi sul da farsi e non avevano organizzato un governo stabile nel capoluogo, adesso,
vista l'ignavia dell'Esercito Italiano e constatato che i napoletani non rappresentavano una grossa minaccia (e qui sta l'errore di valutazione), avevano stabilito cheNapoli sarebbe stata la loro roccaforte contro gli Alleati sbarcati a Salerno. Nel giorno stesso il colonnello Scholl assunse il comando assoluto della città partenopea e fece
pubblicare da tutti i giornali un durissimo proclama. La città doveva essere punita, Hitler stesso diede ordine che Napoli divenisse "fango e cenere": iniziò la distruzione programmatica di opere militari, ma anche produttive e civili, e venne dato il via libera al saccheggio dei depositi di viveri e vestiario ed alla deportazione di massa degli uomini. A queste operazioni presero parte anche alcuni gruppi di fascisti, che erano scomparsi dalla scena il 25 luglio e vi tornavano solo adesso dando man forte agli occupanti oltre che con le gesta anche con la delazione. L'ultimo federale fascista, Domenico Tilena, fece affiggere un manifesto col quale chiamava a raccolta tutti i camerata, infervorati anche dalla fondazione della Repubblica di Salò. Essi si distinsero anche durante le quattro giornate, piazzandosi un po' ovunque sui tetti di numerosi palazzi e sparando a vista. Tutte le industrie, dall'Alfa Romeo alla Cellulosa Cloro Soda, passando per le Cotoniere Meridionali, i cantieri Vigliena, le Industrie Navali Aeronautiche Meridionali e tutti gli opifici minori vennero dapprima private di tutti i macchinari ed utensili smantellabili e trasportabili, per poi essere rase al suolo col fuoco. Poi fu la volta del porto, di cui si credeva di aver salvato almeno i macchinari più delicati della Navalmeccanica, che erano stati messi al sicuro, o almeno così si pensava, nelle capienti grotte di Villa Gallotti a Posillipo, ma a causa dei soliti delatori vennero scoperti e distrutti. Il pontile di Bacoli ed il ponte di S. Rocco a Capodimonte saltarono in aria il 20 settembre, seguiti da tanti altri luoghi di fondamentale importanza per la città. Ma la dominazione tedesca non si mostrò oppressiva solo nei riguardi degli impianti produttivi o delle infrastrutture: la collera teutonica si scatenò anche sulla stessa popolazione. Il primo passo in questo senso fu il proclama nel quale si inoltrava la richiesta della consegna di tutti i militari alleati liberati dalla prigionia dopo l'armistizio, i quali erano tenuti nascosti nelle abitazioni. Tale ordine rimase inascoltato, ma non si poté fare lo stesso con quello di abbandonare tutti gli edifici della fascia costiera, i cui abitanti (circa 240.000) furono costretti a vivere in rifugi di fortuna oppure negli scantinati delle case abbattute.
Seguì poi il proclama col quale tutti
gli uomini appartenenti alle classi dal 1910 al 1925 venivano chiamati a presentarsi per il servizio obbligatorio del lavoro. Quest'ultimo decreto era firmato dal prefetto Soprano e, sulle stimate trentamila persone, se ne presentarono solo centocinquanta,
scatenando così la rappresaglia nazista.
I soldati misero a ferro e fuoco la città alla ricerca dei disertori, ma in molti casi le donne riuscirono a salvarli circondandoli in massa, oppure riuscendo ad informarli in anticipo, altri ancora scapparono durante il trasporto.
Nonostante tutto ciò ben
ottomila napoletani furono catturati e deportati nei campi di concentramento.

Come se non bastasse gli americani avanzavano e
la città era tra i due fuochi ma, nonostante le nuove privazioni ed i nuovi lutti, si continuava a rifiutare la consegna delle armi, a nascondere i giovani ai rastrellamenti, ad organizzare una riscossa che ora stava diventando l'unica possibilità di non morire di stenti. L'opposizione dei Napoletani ai tedeschi cominciò subito, il 10 settembre era già battaglia, ma quel moto soffocato allora esploderà di nuovo il 28, quando contemporaneamente, all'insaputa l'uno dell'altro, si accenderanno numerosi focolai di rivolta che determineranno le Quattro Giornate di Napoli. La guerra ha separato la città dalle province, chiuso le vie della campagna. Napoli è alla fame, ha subito 120 bombardamenti e 100.000 vani distrutti. Napoli impara ad odiare il tedesco, vedendolo crudele senza ragione, ma più che odiarlo lo disprezza perché non riesce a capire come si possa, da parte dell'uomo, prolungare la sofferenza inutile dell'uomo. L'8 settembre, all'annuncio dell'armistizio, la città si è illusa, ha creduto in una rapida liberazione vedendo i tedeschi iniziare lo sgombero, allontanarsi verso Gaeta; poi il tedesco è tornato e ora, dopo venti giorni, la città lo odia perché significa altra fame e altre bombe senza ragione. Alla vigilia della insurrezione in molti quartieri manca l'acqua; la razione di pane è stata ridotta prima a 100 grammi giornalieri a persona, poi a 50 anche se in certi giorni di pane non ce n'è. Si è arrivati al punto estremo della grande inedia che obbligava già dal 1942 il prefetto fascista a diffidare i cittadini dal farsi arrestare per trovare qualcosa da mangiare in prigione. La fame e le sofferenze sono troppe anche per Napoli. Nella città sta per suonare l'ora della dignità ritrovata: il lustrascarpe, il vetturino, il cameriere, quelli della grande folla umile che vive servendo stanno per sollevarsi contro il fetente che li vuole umiliati e morti.
In questa situazione psicologica il tedesco tiene a Napoli un comandante grossolano e feroce, il colonnello Scholl. Egli odia a tal punto l'Italia che, nei giorni dell'armistizio, ha fatto aprire a cannonate il portone dell'università e fucilare decine di persone; il 12 settembre ha ordinato una retata colossale di seimila persone spinte sul Rettifilo e costretti a vedere la fucilazione davanti all'università di un marinaio.
Le Quattro Giornate di lotta e di dignità ritrovata, sono motivo di orgoglio per il paese ma la storia non può ignorare che l'insurrezione appare incompleta e incompiuta, come una promessa mantenuta solo in parte. L'insurrezione di popolo non è un'insurrezione popolare unitaria. Ne stanno fuori i partiti, gli uomini politici e gli intellettuali, ma serve sicuramente alla propaganda alleata, è un buon auspicio che la ribellione del Nord non può rifiutare. Non è facile determinare dove e perché iniziarono gli scontri con i tedeschi, la scintilla della rivolta furono il perseverare dei rastrellamenti, la notizia che altri impianti civili erano sul punto di essere distrutti e che i serbatoi d'acqua siti in Capodimonte erano stati minati. Non ci fu nessun ordine o segno convenuto, gli uomini uscirono dai rifugi portando con sé le armi e le munizioni nascoste nei giorni precedenti e presero a costruire barricate ed a scontrarsi coi tedeschi: il 28 settembre da Piazza Nazionale a Fuorigrotta, da Via Foria a Piazza Carlo III, da Chiaia a Capodimonte fino a Soccavo ed al Vomero, la città era tutta pervasa da un fremito rivoluzionario.
Quella mattina al Vomero un gruppo di giovani attaccò una truppa di tedeschi, la scaramuccia degenerò e si espanse a tutto il quartiere. Gli occupanti non tardarono ad azionare una rappresaglia, a seguito della quale caddero alcuni civili e vennero fatti prigionieri e rinchiusi nel campo sportivo in quarantasette tra giovani, donne ed anziani.
Intanto al Liceo Sannazzaro si costituì un comando guidato da Antonio Tarsia ed Edoardo Pansini, tale comando coordinerà l'insurrezione in tutta la zona. Inizia poi l'assedio del presidio tedesco nei pressi dello stadio, i giovani napoletani si battono come leoni e costringono il nemico prima ad asserragliarsi nell'impianto di gioco, poi alla fuga anche da questo luogo. Dal suo comando in Corso Vittorio Emanuele il colonnello Scholl autorizza i suoi a trattare la resa e questi liberano gli ostaggi e lasciano le proprie posizioni, ma gli scontri al Vomero non sono terminati: nei giorni 29 e 30 si scatenano duri scontri alla Pigna, in località Pezzalonga; qui i tedeschi lanciarono il contrattacco aiutati da un gruppo di fascisti, ma alla fine, nonostante le perdite tra i civili, nonostante la caduta di eroi del calibro di Adolfo Pansini, furono costretti alla fuga, e durante la loro ritirata verso i Camaldoli sfogarono la loro furia su degli innocenti.
Così, come sul Vomero, in tutta la città il popolo combatté per il raggiungimento di questo obiettivo comune, tutti facevano qualcosa: c'era chi impugnava le armi, chi procacciava le munizioni, chi fungeva da vedetta e così via. Dall'alba del 28 gli scontri si accesero via via più intensi e si diffusero in tutta Napoli: a Salvator Rosa i tedeschi ed i fascisti vennero assediati e cacciati dal comando sistemato nella scuola "Vincenzo Cuoco" e dal distaccamento di Gesù e Maria, grazie ai quali le milizie popolari si assicurarono il controllo delle importanti vie di collegamento verso Piazza Leonardo e Conte della Cerra. Continuarono a nascere in queste ore i centri di coordinamento: abbiamo già parlato di quello sorto al Vomero, cui seguirono uno nella scuola "Vincenzo Cuoco", dove si organizzavano le azioni di guerriglia e la distribuzione dei viveri, uno a S. Gaetano ed uno al Parco Cis, sempre a Salvator Rosa, dove Eugenio Mancini, oltre all'organizzazione bellica, curò anche quella post-liberazione, per favorire l'immediato inizio di una vita democratica dopo la cacciata degli oppressori.
Queste forme di organizzazione favorirono l'accentrarsi delle forze insurrezionali in alcuni punti strategici: al Vasto, in Piazza Nazionale, in Piazza Carlo III ed a Via Foria, nei pressi del Museo Nazionale.
Intanto nelle zone alte da Capodimonte a S.Teresa si combatteva già dal 27, dapprima per impedire ai guastatori tedeschi di minare l'acquedotto, poi per coprire potevano colpire dall'alto indisturbati.
Altro punto caldo era il Museo, dove si incrociano Via Foria, che porta all'aeroporto di Capodichino, e la strada che conduce a Capodimonte. Qui bisognava lottare con più accanimento per impedire ai nazisti che erano in centro di potersi rifugiare presso i propri presidi collinari e d'altra parte era necessario impedire che da questi presidi arrivassero truppe fresche in aiuto di quelle che erano state attaccate. Infatti nel pomeriggio del 29 i teutonici decisero di dare una lezione ai napoletani, irrompendo da Capodimonte con dei carri armati "tigre"; si trattò di una mossa che non prese alla sprovvista i guerriglieri, i quali avevano già preparato su quella strada numerose barricate capovolgendo vetture tranviarie ed avevano piazzato numerose mitragliatrici sui balconi dei palazzi. Ma, nonostante l'affluenza di combattenti anche dalle zone limitrofe, i mezzi corazzati riuscirono ad oltrepassare gli sbarramenti ed a puntare verso via Roma, compiendo l'errore di passare attraverso una zona caratterizzata da un dedalo di vie e viuzze, sovrastate da alti palazzi. È qui che divampò la vera resistenza: i tedeschi erano colpiti dall'alto, dai lati, dalla strada, dove manipoli di uomini gli si paravano davanti, colpivano e scomparivano coperti dalle donne in un labirinto di vicoli.
Fu qui che gli oppressori si resero conto che la guerra a cui si erano tanto addestrati non era quella: nessuno gli aveva spiegato quello che poteva fare un popolo ridotto alla fame, nessuno gli aveva insegnato come comportarsi quando dei ragazzini di dodici-tredici anni, apparentemente innocui, si paravano davanti ai carri armati lanciando delle bombe a mano e tantomeno nessuno li aveva addestrati a combattere in quella moltitudine di vicoli, dove era facile ed allo stesso tempo impossibile ripararsi dai colpi nemici. Loro erano abituati alla battaglia condotta secondo rigidi schemi provati e riprovati, schemi che non prevedevano gli atti ardimentosi e spesso quasi folli dei napoletani, così furono costretti a ripiegare.
I combattimenti però continuarono in tutta la città nei giorni 29 e 30, da Via Roma a Chiaia, fino a Posillipo, e si espansero anche alla periferia: a Ponticelli un gruppo di insorti combatté e venne sconfitto dai tedeschi, subendo una pesantissima repressione. Ma per loro oramai era troppo tardi, il 30 settembre iniziò il ripiegamento di tutte le truppe verso Nord ed il 1° ottobre la città era già libera.
Durante l'allontanamento da Napoli compirono gli ultimi atti di odio sparando da lontano con i cannoni su case e persone e bruciando a S. Paolo Belsito,vicino Nola, quasi tutte le carte dell'Archivio Storico.
L'insurrezione della città partenopea non fu un fatto isolato e si ebbero azioni contro i nazisti anche al di fuori della provincia, in Irpinia, nel Sannio, nella Terra del Lavoro (dove tra i contadini vi furono oltre cinquecento caduti), nel Salernitano e sulla strada che unisce Salerno a Napoli.
Ma fu nella provincia di Napoli che si ebbero gli eventi più significativi, tutti repressi in un lago di sangue: a Mugnano, Giugliano, Afragola, Acerra, Nola,Santa Maria Capua Vetere, Capua,Garzano, Sparanise, Chiazzo, Bellona, Mondragone, Maddaloni, Grazianise, Orta di Atella, Teano, Piedimonte e migliaia di altri piccoli centri abitati, la popolazione insorse.
In tutta la Campania si registrarono migliaia di caduti. Nella sola città partenopea in settantasei ore di combattimenti dal mattino del 28 settembre al pomeriggio del 1° ottobre perirono centosettantotto combattenti, centoquaranta civili e diciotto persone di origine sconosciuta, mentre risultarono feriti centosessantadue uomini.
Furono però questi sacrifici che porteranno in novembre alla liberazione dell'intera Campania e al formarsi della linea Gustav a Cassino che produrrà ben trecentocinquantamilamila morti, un bilancio molto più grave delle duecentomila vittime causate a Hiroshima dalla bomba atomica.

lunedì 19 settembre 2011

Il benessere nel Regno delle Due Sicilie

di Fara Misuraca e Alfonso Grasso
La storiografia tende ancora oggi a sottovalutare un aspetto essenziale: il Regno delle Due Sicilie ha visto il suo tramonto perché oggettivamente rappresentava un elemento storicamente e politicamente superato, e non perché fosse un aggregato di barbari o di cafoni, degno di essere colonizzato e civilizzato da popolazioni portatrici di alte virtù civili, morali e militari.
Riscrivere la storia è un esercizio che viene fatto solo quando c’è di mezzo un interesse politico e economico. Oggi in pochi pensano che ne valga la pena per l’Antico Regno, essendo gli interessi della maggioranza rivolti a tutt’altro e, soprattutto, essendo questi interessi ancora concentrati in quella parte del Paese che abilmente seppe volgere a suo vantaggio la crisi degli Stati indipendenti preunitari. Inoltre, chi si prende la briga di riscrivere, more solito, riscrive a sua volta a proprio uso e consumo, tralasciando quella che dovrebbe essere la caratteristica principale della Storia: l’obiettività.
In questa sede quindi ci piace ricordare che il Regno delle Due Sicilie non era uno staterello nato come contropartita ad una fuggevole alleanza, bensì lo Stato italiano preunitario più antico e più esteso territorialmente, comprendendo tutto il Sud continentale d’Italia: Campania, Calabrie, Puglie, Abruzzi, Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia [1]. La sua situazione economica era, rispetto a quella dei molti altri stati italici, una delle più floride. Lo studio, non preconcetto, della sua storia ci trasmette l’immagine di un Regno e di una società non sradicati dalle correnti del pensiero illuministico europeo, di una amministrazione che cerca, a dispetto del ribellismo popolare e tra gli sconvolgimenti sollevati dalla rivoluzione francese e dalla occupazione napoleonica, di spezzare i tradizionali e duri a morire rapporti feudali e di avviare una industrializzazione, in alcuni settori chiave come la siderurgia, leminiere, l’enologia, la navigazione, ecc. (cfr: I records del Regno delle due Sicilie).
È necessario però tenere presente che stiamo pur sempre parlando di uno stato assoluto, e che la ricchezza, come il potere, era concentrata in poche mani: quelle del sovrano e dell’aristocrazia. Scarsa era la presenza della borghesia, praticamente ininfluente la presenza operaia, non organizzata e priva di una coscienza di classe. Con Carlo di Borbone ed il ritorno alla indipendenza dalla Spagna, si avvia un processo di modernizzazione della macchina burocratica con nuovi codici, leggi e regolamenti. Si avvia la sprovincializzazione della cultura meridionale. Si cerca anche di fare sorgere una coscienza “nazionale”, che tuttavia cozza contro l’atavica contrapposizione tra Napoli e Sicilia, aggravata ancora di più dalle differenti vicende vissute dai due Regni tra il 1799 e il 1815 (La Repubblica Napoletanail periodo napoleonicoil protezionismo inglese).
Da Carlo III in poi assistiamo allo sviluppo di industrie a carattere artistico, come quella della porcellana, della ceramica e della seta di pregio. Tra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800, furono costituite le prime società per il funzionamento della ferrovia, della navigazione, dell’illuminazione a gas, per la tessitura. Fu favorito l’allevamento degli ovini, al fine di incrementare la produzione e l’arte della lana, contemporaneamente a quella del lino e del cotone. Molto importante divenne anche la lavorazione del ferro, con la creazione di industrie metallurgiche e meccaniche. Ferdinando II fece impiantare nella città di Napoli un arsenale, un cantiere navale, e delle fabbriche di armi che diedero lavoro a molti napoletani, consentendogli anche di specializzarsi e di venire a conoscenza di alcune tecniche di lavorazione fondamentali. Fu potenziata la lavorazione delle pelli, e per alcuni manufatti, come ad esempio i guanti, si raggiunsero livelli d’eccellenza, favorendo il Mady in Naples nei commerci con l’estero. Sorsero fabbriche per la lavorazione dei vetri e del cristallo, i cui prodotti venivano inviati anche nelle Americhe (cfr: elenco monografie in calce).
Tutto ciò, se ebbe un peso nell’arricchire l’Erario, certamente non influì sulla gran massa della popolazione che rimaneva rurale e in una condizione semifeudale. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che il ministro De Medici prima e Ferdinando II poi, hanno avuto il loro bel da fare per cercare di liberarsi dall’influenza inglese (E. Pontieri, Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento, Roma 1945). Il Regno si trovò spesso in difficoltà nella grande politica internazionale del tempo, in quanto era veramente difficile acquisire una posizione autonoma nell’ambito dei rapporti tra le varie potenze. Basti pensare ad esempio alla vicenda del “privilegio di bandiera” di cui godevano Inghilterra, Francia e Spagna: Murat lo aveva abrogato, ma poi il Congresso di Vienna si affrettò a ripristinarlo. Bisognerà aspettare il 1845 perché il Regno delle Due Sicilie potesse vedere accolto, nei suoi rapporti commerciali con le altre potenze europee, il cosiddetto “principio di reciprocità”. E non dimentichiamo neppure la umiliazione che Ferdinando II dovette subire in seguito all’affaire Taix-Aycard per il commercio degli zolfi. Episodi di questo genere non impedirono tuttavia al Regno di svolgere i suoi traffici commerciali, in discreta autonomia, e che al suo interno sorgessero numeroso fabbriche ed imprese. Il sito ha dedicato a tale sviluppo numerose pagine. Qui basti ricordare: l’industria metalmeccanica e siderurgica, con circa 100 opifici metalmeccanici, di cui 21 con più di 100 addetti, e l’eccellenza costituita dallo stabilimento di Stato di Pietrarsa; la Cantieristica navale (Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, l’Arsenale di Napoli con annesso bacino in muratura, i Florio con la loro fonderia i loro cantieri e le loro cantine a Palermo); l’industria tessile, capillarmente diffusa in tutto il Regno; le circa duecento cartiere; i pastifici alimentari; le fabbriche di cristalli e ceramiche, tra cui la rinomata Capodimonte.
È possibile analizzare la situazione finanziaria, di bilancio e fiscale del Regno con consapevolezza che le vicende economiche e politiche non sono mai indipendenti le une dalle altre, ma si intrecciano e vanno a formare un complesso sistema, in cui l'evidenza delle cose è solo la punta dell'iceberg.
La documentazione che va dal 1848 al 1859 fornisce alcuni spunti per introdurre la riflessione. Nel 1848 il Regno fu colpito dalla violenza dei moti rivoluzionari, sedati nel 1849. Si determinò una contrazione degli introiti effettivi rispetto a quelli preventivati, e parallelamente un forte aumento delle spese, a testimonianza del processo di ricostruzione e "normalizzazione" seguito alla restaurazione. Variabilità che potrebbe essere stata causata anche, specialmente per i dati degli ultimi anni, dalla crescente ostilità manifestata dal Regno Piemontese, che conduceva la politica di annessione degli stati sparsi sulla penisola italiana, e dalla continua e persistente instabilità della Sicilia, riconducibile alle istanze di autonomia politica che da lì provenivano. Una interpretazione in tale senso ci viene data dallo scritto di Savarese, “Le Finanze Napoletane e le Finanze Piemontesi dal 1848 al 1860”: La storia delle nostre finanze è la storia delle nostre rivoluzioni, e delle restaurazioni che a quelle si sono succedute.
La relazione Sacchi
Subito dopo l'annessione del 1861 delle Due Sicilie al Piemonte, un ministro sabaudo, Vittorio Sacchi, titolare del Ministero delle Finanze in Napoli dal 1° aprile al 31 ottobre 1861, fece circolare un resoconto in cui si sosteneva che nel 1860 l'ex Regno di Napoli avevano presentato un disavanzo di 62 milioni di ducati, dipingendo l'Antico Regno come gravato di debiti, destinato al fallimento, se non fosse intervenuta la "pietosa mano piemontese".
Un funzionario napoletano, Giacomo Savarese, si sentì in dovere di controbattere, dati alla mano e per iscritto.
La replica del Savarese
La sua prima considerazione è di natura fiscale: con l’ascesa al trono di Carlo III nel 1734, il governo Tanucci avviò una politica tesa all’abbattimento della pressione fiscale e del debito pubblico. Questa politica fu scrupolosamente seguita dai suoi successori, ed identificata quale strumento di stabilità dello Stato, che aveva quali principi basilari il rispetto della proprietà privata, la solidarietà sociale e l’amicizia con gli altri Paesi. Il governo del ministro de’Medici continuò la politica del Tanucci per la quale "le risorse finanziarie non vanno ricercate nell’indebitamento, né in nuove imposte, ma esclusivamente nell’ordine e nella economia, perché veramente il miglior governo è quello che costa meno".
L’imposizione diretta fu fissata come segue (Decreto del 10 agosto 1815):
Tav. 1 – Il prelievo fiscale diretto nel Regno di Napoli (Ducati)
Imposta fondiaria
6.150.000
Addizionali per il debito pubblico
615.000
Addizionali per le Province
307.500
Esazione
282.900
Totale
 7.355.400
La contribuzione diretta restò uguale fino al 1860. Il prelievo indiretto era così articolato:
Tav. 2 – Gli strumenti fiscali indiretti nel Regno di Napoli
Dazi (dogane e monopoli)
Imposta del Registro
Tassa postale
Imposta sulla Lotteria
I tributi diretti ed indiretti non furono mai più aumentati né in numero né in aliquota, tranne in circostanze particolarissime e per tempi limitati, eppure le entrate passarono dai 16 milioni di ducati del 1815, ai 30 milioni del 1859, a dimostrazione della crescita generale di quella fiorente economia. Le entrate pubbliche rimasero strettamente correlate alla ricchezza generale: "entrambi questi patrimoni sono soggetti alle medesime leggi; crescono e decrescono insieme, ma la proporzione rimane sempre la stessa. Or se vi è un paese dove questa regola sia stata rigorosamente applicata, e fino alla superstizione, noi non temiamo di affermare che questo paese è stato il Regno di Napoli".
La nota rivolta carbonara del 1820, cui seguì l’esperienza costituzionale, la sommossa siciliana, quindi l’intervento e l’occupazione austriaca, costò allo Stato 80 milioni di ducati e gli interessi del debito pubblico consolidato, che nel 1820 erano di 1,42 milioni di ducati annui, passarono a 5,19 milioni di ducati. Ma non si ricorse a nuove tasse, bensì le risorse furono cercate nel risparmio. Rivoluzionario per l’epoca, fu il nuovo regolamento del 15 dicembre 1823, con cui fu introdotta la Tesoreria Unica, sottoponendo le spese allo stretto controllo del Ministro delle Finanze. Inoltre le dogane e la vendita dei generi di monopolio furono dati in concessione (regie interessate), con un aumento del relativo introito da 4,65 milioni di ducati annui a 5,83 milioni.
Nel 1830 Ferdinando II, re a venti anni, promulgò nuove misure a sostegno dell’economia. Il de’Medici era morto e fu nominato Ministro delle Finanze il marchese d’Andrea. In pochi anni gli interessi sul debito pubblico si ridussero a 4,15 milioni di ducati; furono costruiti le prime vie ferrate; si gettarono ponti in ferro sui fiumi; la Marina Militare fu dotata di undici navi a vapore; l’industria progredì ed il bilancio offriva un avanzo di cassa.
Gli avvenimenti degli anni 1848-49, l’intervento a fianco del Piemonte e la composizione della nuova rivolta siciliana, gravarono l’erario per oltre 30 milioni: gli interessi sul debito pubblico passarono da 4,15 milioni a 5,19 milioni e si ebbe un deficit di cassa di ben 15,73 milioni di ducati. Ma anche in tale occasione non si fece ricorso a nuove tasse: il fabbisogno fu colmato con l’emissione di una rendita che fruttò 11,12 milioni, e con la riscossione di crediti per 8,42 milioni.
Nel luglio 1860 fu pubblicato dal Ministero delle Finanze la situazione delle nostre finanze dal 1848 al 1859. Per la storia delle finanze piemontesi, sebbene lì ci fosse un regime parlamentare, l'assestamento definitivo dei bilanci giunge solo all'anno 1853. Savarese, per fare i confronti, usò quindi per l’anno 1854 il conto amministrativo presentato al parlamento, ed approvato con legge del 17 luglio 1858. Per gli anni successivi passò a rassegna tutte le leggi piemontesi di autorizzazione alla spesa. "Così abbiamo potuto stabilire il disavanzo annuale del Piemonte. Ma le nostre cifre dal 1855 in poi debbono necessariamente essere molto al di sotto del vero". Mancano infatti i dati di disavanzo di cassa; soprattutto non vi è traccia delle approvazioni dei finanziamenti occulti che, come vedremo, furono smisurati.
Tav.3 - Nuovi prelievi fiscali, e aumento degli esistenti, nel Regno di NAPOLI e nel Piemonte, dal 1848 al 1859.
Regno di Napoli
Regno di Sardegna
Data
Nessuna tassa
 nuova e
 nessun
 aumento
di tassa esistente













Aumento nel prezzo dei tabacchi
1° febbraio 1850
Aumento del prezzo della polvere da sparo e piombo da caccia
19 febbraio 1850
Tassa per pesi e misure
26 marzo 1850
Diritto di esportazione sulla paglia, fieno, ed avena
5 giugno 1850
Aumento del 33 % del prezzo della carta bollata
22 giugno 1850
Aumento del 20% dei diritti d’insinuazione
22 giugno 1850
Tassa sulle fabbriche
31 marzo 1851
Tassa sulle mani morte
23 maggio 1851
Tassa sulle successioni
17 giugno 1851
Tassa sull’industria
16 luglio 1851
Tassa sulle pensioni
28 maggio 1852
Tassa sulle donazioni, mutui e doti; sulla emancipazione ed adozione
18 giugno 1852
Aumento d’imposta sul consumo delle carni, pelli, acquavite e birra
1° gennaio 1853
Aumento d’imposta personale
28 aprile 1853
Tassa sulle vetture
1° maggio 1853
Tassa per la caccia
26 giugno 1853
Tassa sulle società industriali
30 giugno 1853
Aumento di tassa sull’industria
7 luglio 1853
Tassa sanitaria
13 aprile 1854
Aumento della tassa sulle successioni
9 settembre 1854
Aumento del prezzo della carta bollata
9 settembre 1854
Aumento della tassa sull’industria
13 febbraio 1856
Tav.4 - Disavanzi annui di bilancio del Regno di Napoli e del Piemonte (Lire)
 
Disavanzo napoletano
Disavanzo piemontese
Legge finanziaria (Piemonte)
1848
28.588.760,54
37.951.431,02
Legge del 21 giugno 1856
1849
38.257.830,76
93.032.244,64
Legge del 19 luglio 1857
1850
10.480.075,48
23.438.945,75
Legge del 19 luglio 1857
1851
5.708.927,54
3.716.225,11
Legge del 19 luglio 1857
1852
10.676.108,10
35.896.368,45
Legge del 19 luglio 1857
1853
18.995.573,27
35.024.020,60
Legge del 19 luglio 1857
1854
11.969.226,78
22.026.255,27
Legge del 17 luglio 1858
1855
4.782.746,96
7.915.922,71
manca
1856
attivo
82.858.206,15
Legge del 24 marzo 1856
1857
7.467.561,92
12.244.592,88
manca
1858
2.005.311,60
15.203.794,01
manca
1859
avanzo
 
- 4.591.023,76
  
  
126.600.311,04
Ferrovie (provvedimenti vari)
 
134.341.099,19
495.908.317,63
TOTALE
Tav.5 - Interessi annui sul debito del Regno di Napoli e del Piemonte dal 1848 al 1859
REGNO DI NAPOLI
PIEMONTE
Denominazione
Rendita (lire)
Legge
Denominazione
Rendita (lire)
Legge
 


 Rendita consolidata 5%



424.989,38
26 aprile 1848
Debito redimibile 5%
3.044.036,23
7.9.48 e 26.3.51
2.549.936,25
2 ottobre 1848
Obbligazioni 4%
1.194.120,00
26.3.1849
76.498,09
3 agosto 1850
Redimibile 5%
43.430.398,16
12 e 16.6.1849
110.497,24
21 agosto 1851
Obbligazioni 4%
1.080.000,00
9.7.1850
110.497,24
1° marzo 1853
Redimibile 5%
5.416.250
26.6.1851
424.989,38
26 ottobre 1853
Redimibile 3%
2.310.386,66
13.2.1853
1.062.473,44
23 ottobre 1854
Prestito inglese
2.000.000,00
8.3.1855
450.246,98
13 ottobre 1859
Prestito per la carta moneta di Sardegna
28.228,98
27.2.1856.
  
Prestito ferrovia di San Pier d’Arena
108.050,00
4.7.1858
SUBTOTALE
5.210.128


58.611.470,03

Interessi al 1847
17.637.500
  
9.362.707,07
 
TOTALE 1859
22.847.628

 
67.974.177,1
 
Tav.6 - Beni demaniali venduti dal Regno di Napoli e dal Piemonte dal 1848 al 1859
REGNO DI NAPOLI
PIEMONTE
 

Nessuna Alienazione



Denominazione
Prezzo (lire)
Legge
Tenuta di Torino,
6.100.000,00
8 febbraio 1851
Chieri, Gassino. Casella,
2.778.422,32
11 luglio 1852
Chiavasso, Genova, Cuneo,
4.628.436,29
19 maggio 1853
 
806.137,13
23 giugno 1857
Stabilimento di S. Pier d’Arena.
800.000,00
19 giugno 1853
 
Lire
 15.112.995,74
 
Tav.7 - Andamento del debito pubblico nel Regno di Napoli e in Piemonte
  
REGNO DI NAPOLI
PIEMONTE
Debito a tutto il 1847
Lire
317.475.000
168.530.000
Debito a tutto il 1859
Lire
411.475.000
1.121.430.000
Incremento nel periodo
%
29,61%
565,42%
Interessi sul D.P.
Lire
22.847.628
67.974.177,1
Popolazione residente
 
6.970.018
4.282.553
Debito pro-capite
Lire
59,03
261,86
Reddito pro-capite
Lire
291
PIL
Lire
2.620.860.700
1.610.322.220
D.P./PIL
%
16,57%
73,86%
Interessi D.B./PIL
%
0,87%
4,22%
Il Piemonte dal 1848 al 1859 si indebitò per 952,9 milioni di lire (tav.7), ma le spese "legittime" assommano a 495,9 milioni (tav.4). Come fu impiegata la differenza pari a ben 457 milioni di lire? Perché dal 1855 al 1859 non furono più presentati i bilanci per l’approvazione di legge? La risposta di Savarese è che questi "contengono spese ingiustificabili, ovvero spese tali, che un ministro non oserebbe confessare al cospetto del parlamento".
Al 1° gennaio 1860 la Tesoreria di Stato (Madrefede) disponeva di:
Tav. 8 – Regno di Napoli: disponibilità di cassa al 1° gennaio 1860
Introito dalla vendita dei grani del governo ducati
2.335.227,20
Cambiali tratte dal governo per l’approvvigionamento dei grani negli Abruzzi
115.000,00
Cambiali tratte per servizio dei grani, dedottone le già soddisfatte
1.017.879,94
Resto della rendita iscritta del 13 ottobre 1859
1.878.300
Resta di Tesoreria e portafoglio al 31 dicembre 1859
453.507,27
Totale ducati
 5.799.914,41
Pari a 24,65 milioni di lire. Il bilancio dell’anno 1860 prevedeva entrate per ducati 30.135.442, pari a 128,08 milioni di lire. Prevedeva una spesa di ducati 35.536.411,35 pari a 151,03 milioni di lire. Si prevedeva dunque un disavanzo di ducati 5.400.969,35 pari a 22,95 milioni di lire, inferiore al valore in portafoglio (tav. 8). Al termine dell'anno la tesoreria napoletana avrebbe dovuto presentare un avanzo di ducati 398.945,06 pari a 1,70 milioni di lire. L’invasione mutò questa prospera situazione. Dal 1° gennaio al 30 giugno, le entrate si ridussero a ducati 13.563.968,92 e le spese assommarono a ducati 20.080.299,27. Sicché si verificò un disavanzo di ducati 6.516.330,35 pari a 27,69 milioni di lire.
A questo disavanzo si fece fronte come segue:
Tav.9 – Misure per il contenimento del deficit del giugno 1860.
Rendita iscritta in ragione di 111,13 su 5
3.408.107,07
Rendita pignorata di ducati 16.650
333.000,00
Rendita pignorata di ducati 29.132
582.640,00
Cessione in pagamento di una rendita di ducati 11.764
264.690,00
Buoni della Tesoreria scontati alla cassa di sconto
1.345.360,74
Trasferimento dalla Tesoreria
582.532,54
Totale ducati
 6.516.330,35
Tav. 10 - Situazione della finanza napoletana al 30 giugno 1860
Disponibilità al 31 dicembre 1859
5.799.914,41
Trasferimento dalla Tesoreria
-582.532,54
Buoni del Tesoro
-1.345.360,74
Rendita del 1° maggio e 6 giugno (valore in portafoglio)
2.943.168,60
Totale ducati
 6.815.189,73
pari a 28,96 milioni di lire al 30 giugno 1860.
Dal 30 giugno al 7 settembre 1860
In base al rendiconto pubblicato dal piemontese Sacchi si ebbero nel periodo:
Entrate
ducati
3.152.803,80
Uscite
ducati
-10.096.672,23
Disavanzo
ducati
 -6.943.868,43
Il disavanzo però era saldato con le risorse riportate in tav.10 ( di ducati). Ciò nonostante il governo Spinelli con due decreti del 6 agosto e del 1° settembre 1860, creava altri ducati 350 mila di rendita iscritta sul gran libro, che rappresentano un valore di 7 milioni di ducati, ossia 29,75 milioni di lire.
Questi soldi, lasciati a Napoli dai regi nella ritirata del 6 settembre, furono subito fagocitati dai piemontesi e da Garibaldi. Francesco II non pensò neanche di ritirare la sua liquidità personale, né la dote materna, che i Savoia restituirono solo in parte 30 anni dopo.
Tav. 11 - Situazione al 6 settembre 1860
  
NAPOLI
Disavanzo d’esercizio
ducati
13.460.198,78
Disponibilità di cassa
ducati
7.000.000,00
Oro a garanzia moneta
ducati
104.750.000,00
Tav. 12 - 1860: raffronto in milioni di lire
 
NAPOLI
PIEMONTE
Debito pubblico consolidato
441,225
1.271,43
Interessi annui
25,181
75,474
Tav. 13 - Valore oro della moneta degli antichi stati italiani al momento dell’annessione
 
Milioni di lire - oro
Due Sicilie
445,2
Lombardia
8,1
Ducato di Modena
0,4
Parma e Piacenza
1,2
Roma (1870)
35,3
Romagna, Marche e Umbria
55,3
Piemonte
27,0
Toscana
85,2
Venezia (1866)
12,7
TOTALE
 670,4
Lo Stato delle Due Sicilie possedeva un "patrimonio" doppio rispetto a tutti gli altri stati della penisola messi assieme.
Dal 7 settembre al 31 dicembre 1860.
L’allegra gestione dittatoriale fece lievitare le spese a ducati 17.422.385,80, mentre le entrate ammontarono a ducati 6.970.347,82. Il disavanzo nel periodo fu perciò fu di ulteriori ducati 10.452.037,98.
Seguiva l’anno 1861, ed il regno d'Italia s'inaugurava a Torino con un altro debito di 500 milioni di lire. Il bilancio per l’anno 1862 prevedeva un nuovo disavanzo di lire 308.846.372,02. Contemporaneamente le provincie dell’Antico Regno furono gravate dalla nuova tassa del decimo di guerra, e da quella del registro graduale, e dalla nuova tassa sull'industria, la mobiliare, e la personale.
Appendice
Relazione del Direttore Generale alla Commissione Parlamentare di Vigilanza
Il Debito Pubblico in Italia 1861 - 1987: Volume I
Parte I - La Storia
Capitolo 1 - La finanza di "emergenza" all'inizio del Regno d'Italia. 1861 - 1872
Dopo l'istituzione del Gran Libro del Debito Pubblico italiano, avvenuta con legge 10 luglio 1861, n. 94, in cui confluirono i debiti degli stati preunitari si aprì un decennio di fuoco per la finanza pubblica, che dovette ad un tempo far fronte ai costi smisurati di azzardati eventi militari e alla creazione di una struttura unitaria.
Tav. 14 - Periodo 1861-1872

1861
1872
Debito Pubblico/PIL
45%
95%
Spesa Pubblica
base
+ 17%
Entrate/Spesa
60%

La classe dirigente dell'epoca non seppe far altro di aumentare le imposte.
Tav. 15 - Contribuzioni introdotte con la proclamazione del regno d’Italia
Denominazione
Anno
Tassa del decimo di guerra
1861
Tassa del registro graduale
1861
Tassa sull'industria
1862
Imposta sui redditi di ricchezza mobile
1864
Fondiaria
1864
Imposta sul macinato
1868
Imposta sui redditi dei titoli pubblici
1868
La rapida conquista dell’unità nazionale e la volontà di consolidarla a ogni costo costituiscono il grande evento del decennio e il problema che ossessiona i gruppi dirigenti. Le componenti liberalmoderate della nuova classe politica italiana dedicano le loro energie soprattutto all’unificazione e allo sviluppo del mercato nazionale. In vista di questo obiettivo si procede all’immediato abbattimento delle tariffe doganali interne (1861) e all’estensione all’intero paese della tariffa liberista in vigore in Piemonte. L’unificazione amministrativa viene imposta analogamente attraverso l’estensione e la generalizzazione della legislazione del Regno di Sardegna, che peraltro non è sempre la più avanzata, né la più adatta a regioni molto diverse dal punto di vista dell’economia, dell’assetto sociale, delle consuetudini. Per quel che riguarda l’andamento dell’economia nel decennio, si nota una crescita del prodotto interno abbastanza soddisfacente fino al 1866 e dovuta soprattutto ad annate agricole favorevoli. La guerra del 1866 con l’Austria si rivela però disastrosa per le finanze del giovane regno, già fortemente indebitato: in particolare mostra un maggior dinamismo il settore industriale, che anche in seguito all’introduzione del corso forzoso (cioè la fine della convertibilità della moneta in oro) è avvantaggiato nelle esportazioni. L’aumento dei prezzi, che non è seguito da corrispondenti aumenti dei salari, produce una diminuzione della domanda dei beni di consumo. La drastica cura imposta dalla destra storica al bilancio statale, riducendo l’indebitamento, rende meno necessario il ricorso al credito e alla raccolta del risparmio privato da parte dello stato. Una massa di capitali precedentemente investiti in titoli di stato è così resa disponibile per impieghi produttivi. Contemporaneamente, però, il prelievo fiscale, assai elevato nei confronti dei consumi popolari, frena lo sviluppo del mercato interno. La politica doganale fortemente orientata in senso liberistico, già in vigore da dieci anni nel Regno di Sardegna, accresce gli scambi commerciali con l’Europa, ma crea notevoli difficoltà in ampi settori della produzione manifatturiera nazionale. Ne risultano in particolare danneggiati gli impianti di minori dimensioni, e le grandi industrie meridionali. Nell’insieme la politica delle "porte aperte" si rivela poco efficace, in quanto i danni che produce in alcuni comparti del sistema produttivo non trovano un contrappeso adeguato nella modernizzazione di altri settori. La politica economica dell’età della destra finisce col favorire soprattutto gli interessi dei proprietari terrieri. Infatti la politica doganale serve a incentivare in particolare modo le esportazioni di prodotti agricoli, e quella fiscale è assai blanda nei confronti della grande proprietà fondiaria, mentre si rivela invece severa verso i redditi industriali, commerciali e professionali e decisamente punitiva verso i consumi popolari, dato il massiccio ricorso all’imposizione indiretta che tocca l’apice nel 1868 con l’introduzione dell’imposta sul macinato. Costituito formalmente il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia, la classe dirigente del nuovo stato si trovò ad affrontare una serie di gravi problemi legati ai settori economico e finanziario. La situazione ereditata dal periodo precedente era abbastanza complessa: ai sette stati preunitari corrispondevano infatti ben nove amministrazioni finanziarie (la Sicilia e l’Emilia godevano infatti di uno statuto autonomo), con differenti sistemi monetari e criteri di riscossione delle imposte. Il ministro delle finanze del nuovo regno, Pietro Bastogi, dovette fare i conti con un debito pubblico già piuttosto alto: 111.500.000 lire, di cui il 57% di origine sabauda. Per tentare di contenere il deficit, aggravato dall’abolizione di una gran parte dei dazi doganali che vigevano tra gli stati preunitari, vennero estese a tutto il regno tasse e gabelle proprie del Regno di Sardegna. Mentre, nel frattempo, tutte le aliquote impositive venivano progressivamente inasprite. Per le sconsiderate spese militari, e per opere sproporzionate alle risorse, la spesa aumentò e, al netto degli interessi, restò su di un livello molto elevato rispetto al PIL. Fu quindi inevitabile che il riequilibrio di bilancio provenisse quasi interamente dal lato delle entrate, con l’aumento della pressione fiscale. Ci fu inoltre l'assunzione del debito veneto nel 1868, il pagamento dell’indennità di guerra all'Austria nel 1866 e l’acquisto delle ferrovie dell'Austria meridionale nel 1876, per un totale di poco più di 2 miliardi di capitale nominale e circa 80 milioni annui di rendita. Si procedette alla vendita di beni demaniali ed ecclesiastici del Sud, alla cessione nel 1865 alla Società Alta Italia delle ferrovie per 188 milioni di lire, alla concessione nel 1869 della Privativa dei Tabacchi ad una regìa interessata per 15 anni, contro anticipazione di 180 milioni di lire. In media, nel decennio 1860 le entrate extra tributarie ebbero un'incidenza del 16% circa sul totale delle entrate. Fu così che tra il 1862 e il 1868 le entrate aumentarono del 79%, ed il pareggio di bilancio al netto degli interessi si raggiunse nel 1867. La spesa per interessi, che era però ormai diventata insostenibile, fu coperta solo nel 1872. Di fronte a queste imponenti esigenze di reperimento di capitali, la politica del Debito subì notevoli cambiamenti nel corso del decennio. Il primo prestito di 500 milioni netti fu collocato sul mercato dal Ministro delle Finanze Bastogi nel luglio del 1861 a 70,5 lire effettive per 100 lire di capitale nominale. Doveva servire per colmare il deficit del 1861 e quello previsto del 1862. Durante il corso del 1862, Sella, subentrato a Bastogi, fece molte proposte di aumento delle entrate, fra cui la vendita dei beni demaniali e dei beni della neo­costituita Cassa ecclesiastica, vendita che venne autorizzata nell'agosto 1862. Il risultato finanziario dei provvedimenti presi fu, a breve termine, così scarso che Minghetti si trovò l'anno successivo a dover ricorrere nuovamente ad un prestito di ben 700 milioni netti, collocati a 71 lire. Oltre a ciò, veniva allargata la circolazione dei Buoni del Tesoro, che passarono tra il 1861 e il 1862 da 38,9 a 227,5 milioni di lire, restando poi sempre su cifre molto elevate. Con il ritorno di Sella l'anno dopo al Ministero delle Finanze, si iniziò a cercare delle alternative alla emissione dei prestiti assai onerosi, precedentemente collocati. Sella, concluse una convenzione con una neo­costituita Società Anonima per la vendita di beni demaniali, in base alla quale tale società anticipava 150 milioni al Governo. La "novità" di Sella venne ampiamente discussa in Parlamento, dove si levarono molte critiche, ma alla fine la convenzione venne approvata il 20 novembre 1864. L'anno dopo, il Sella non poté evitare di proporre un nuovo prestito per 425 milioni netti, oltre alla alienazione delle ferrovie per 185 milioni circa. Non vennero risparmiati sarcastici commenti in Parlamento. "A me pare ­ dichiarò l'on. Lazzaro nella seduta del 13 aprile 1865 ­ che in quattro o cinque anni dacché stiamo qui riuniti, la questione finanziaria non ci abbia presentato null'altroché una serie di illusioni, e per conseguenza una serie di disinganni; e si potrebbe ancora dire che i diversi Ministeri si sono demoliti gli uni e gli altri; i precedenti illudevano sé e il paese; ed i successori demolivano i primi mostrandosi illusi, aspettando gli altri che li demolissero a volta loro dimostrando il disinganno". "Nell'amministrazione finanziaria, ­ rilevava l'On. La Porta ­ che cosa abbiamo noi osservato? Un sistema che si puntella sui prestiti ogni due anni: un prestito al 1861, un prestito al 1863, un prestito al 1865! Due miliardi di lire!". Crispi osservava: "Contrarre degli imprestiti per le spese ordinarie è uno di quei fatti anomali di cui a noi sembra dato privilegio. Gli imprestiti si fanno per le spese straordinarie, in caso di guerra, per grandi lavori pubblici, per esigenze eccezionali, e che non è possibile soddisfare con mezzi normali; ma quando si tratta di avere, bisogna tenersi a quello che si ha". E il senatore Siotto­Pintor concludeva: "il malcontento è grave, un senso di malessere si diffonde in tutte le classi della società. Le sorgenti della ricchezza vanno a disseccarsi. Noi facciamo il lavoro di Tantalo o di Penelope. Il signor Rothschild, re del milione, è, finanziariamente parlando, re dell'Italia". Il miglioramento nel bilancio corrente che nel frattempo si era registrato venne vanificato dagli eventi del 1866. In primo luogo una crisi finanziaria internazionale fece precipitare le quotazioni della rendita italiana all'estero, dalle 66 lire di marzo alle 49 di fine aprile. Le banche restringevano il credito; s'iniziava la corsa agli sportelli. Fu in questo clima che il Ministro delle Finanze Scialoja fece approvare il 30 aprile un disegno di legge che accordava "al governo la facoltà di provvedere per via di decreti reali, anche con mezzi straordinari, ai bisogni della finanza". Il 1° maggio successivo fu emanato un decreto che obbligava la Banca Nazionale a dare un mutuo al Tesoro di 250 milioni di lire al tasso di interesse dell'1,1/2%, proclamando al contempo il "corso forzoso" di tutti i biglietti di banca in circolazione. Questa decisione si rivelò determinante per i destini del Debito Pubblico italiano: se, infatti, prima di tale provvedimento, l'unica alternativa al collocamento di prestiti consolidati (e di Buoni del Tesoro) era stata l'alienazione di patrimoni pubblici, ora si presentava anche percorribile il canale della creazione di moneta. Intanto, però, dobbiamo ricordare che nel giugno 1866 era scoppiata la guerra con l'Austria che fece notevolmente lievitare le spese.
Antonio Scialoja, ministro delle Finanze dal 1862 a 1867
Il ministro Scialoja decise dunque di ricorrere ad un prestito redimibile forzoso interamente collocato in Italia. L'anno dopo l'attenzione del Parlamento fu polarizzata dalla liquidazione dell'Asse ecclesiastico, una delle questioni più lunghe ed intricate della storia della finanza (e dell'agricoltura) italiana. Per quanto riguarda i suoi effetti sul Debito Pubblico, nel giugno 1866, era stata decretata la conversione dei beni delle corporazioni religiose, ma fu nel 1867 che si discusse come effettuarla. Durante la sua breve permanenza al Ministero delle Finanze, Ferrara concluse una convenzione con il banchiere Erlanger, che avrebbe dovuto versare al Tesoro italiano 600 milioni e avrebbe dovuto provvedere alla liquidazione dei beni. La convenzione suscitò la opposizione parlamentare e fu accantonata. Fu invece approvato il disegno di legge Rattazzi (15 agosto 1867) che prevedeva l'emissione d'obbligazioni per 500 milioni nominali per 395 milioni di ricavo netto, obbligazioni da accettare in pagamento dei beni dell'Asse ecclesiastico acquistati dai privati e quindi da annullare. Ma l'accoglimento presso il pubblico di queste obbligazioni non fu buono, così che i 150 milioni della prima tranche vennero depositati presso la Banca Nazionale a garanzia di un anticipo di 100 milioni concesso al Tesoro nel 1868. Nello stesso anno, si pensò di varare un'altra operazione che sistemasse ad un tempo l'amministrazione poco florida del monopolio dei tabacchi e alcuni buchi di bilancio. Fu Cambray­Digny a concludere, nel 1868, con la Società Generale di Credito Mobiliare, la creazione di una Regìa cointeressata dei tabacchi alla quale veniva ceduto per 15 anni l'esercizio del monopolio dei tabacchi: la proposta di Cambray­Digny sollevò una grossa battaglia parlamentare, ma alla fine venne approvata. Dopo un anno (il 1869) di relativa calma, nel 1870 Sella, ritornato al Ministero delle Finanze, si ritrovò di nuovo di fronte al problema del ripianamento dei deficit residui, comunque meno preoccupanti di quelli dei suoi primi ministeri. Nella sua esposizione finanziaria davanti alla Camera dei deputati del 10­11 marzo 1870, Sella concludeva di avere bisogno di altri 200 milioni. "Come si fa, o signori ­ si interrogava ­ a trovare questi 200 milioni? Ecco la questione. Volete procacciarvi tutta questa somma con prestiti? Combinateli con rimborsi, o senza rimborsi, fate quel che volete, se esaminate la cosa attentamente, voi troverete che questi prestiti a rimborso hanno costato tutti assai caro alla finanza, salvo il Prestito Nazionale che fu imposto al paese, e gliene furono quindi imposte le condizioni ...Vorreste procedere per prestito forzato, o signori? Una misura di tal genere, per regola, è bene riservarla per i momenti gravissimi pel paese, e poi crederei impossibile di ottenerla oggi". Sella propose quindi una convenzione con la Banca Nazionale per il versamento di altri 122 milioni, il che avrebbe portato il debito totale del governo verso la Banca a 500 milioni. Nel contempo, si annullarono tutte le obbligazioni ecclesiastiche ancora invendute e si stabilì l'emissione di una nuova serie d'obbligazioni per 333 milioni nominali. Questo prestito venne dato in garanzia alla Banca Nazionale, la quale doveva provvedere al suo collocamento, il cui ricavato sarebbe andato a diminuire l'esposizione del Tesoro nei confronti della Banca. Altri 80 milioni (netti) vennero ricavati con un normale prestito. l "rubinetto" della Banca Nazionale era assai allettante e, in un primo tempo, sembrava privo del tutto di effetti collaterali negativi che non fossero quelli dell'aggio dell'oro. Mentre il deflatore implicito del PIL aumentò in 10 anni (1861­71) di meno del 10%, mostrò poi una forte crescita nel 1872­73 (nei due anni aumentò del 23%). Il mercato dei capitali, praticamente monopolizzato dai titoli pubblici, non lasciava spazio ai titoli privati. Si continuò in tale direzione per sistemare gli ultimi buchi di bilancio, evitando la crescita esponenziale della spesa per interessi che si era verificata nei primi 10 anni: tra il 1862 e il 1871 essa si era pressoché triplicata! Le operazioni di credito con la Banca Nazionale erano però diventate ormai di importo talmente consistente, che la Banca si prestò a farle solo contro deposito in garanzia di titoli di Stato, ossia seguendo il metodo instaurato nel 1870 in occasione della convenzione relativa alle obbligazioni ecclesiastiche. "Sebbene a caro prezzo.... -concludeva J. Tivaroni ­ il Governo allontanava così la necessità di ricorrere a nuovi ingenti debiti per far fronte ai disavanzi dei bilanci e sino al 1881 non troviamo stipulati altri debiti a tale scopo". I "biglietti di Stato" ascesero nel 1872 a 790 milioni di lire, per raggiungere 940 milioni nel 1875: il tasso d'inflazione s'impennò, passando dal 2 per cento del 1871 al 12 per cento nel 1872. Si chiuse in questo modo il primo grande ciclo della storia del Debito Pubblico italiano, durante il quale si registrò una violenta crescita dello stesso e una progressiva diversificazione delle sue fonti di finanziamento.

Note
[1] Il territorio era diviso in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia

Bibliografia e fonti
  • Relazione "Sacchi", Ministero delle Finanze, Torino 1861
  • Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, Giacomo Savarese, Napoli - tipografia Gaetano Cardamone - 1862
  • Annuario ISTAT 2002
  • Relazione del Direttore Generale della Banca d'Italia alla Commissione Parlamentare di Vigilanza, Roma, 2001.