venerdì 25 marzo 2011

MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD Dopo la conquista del Sud, 5212 condanne a morte. Prigionieri e ribelli puniti con decreti e una legge del 1863

Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all'indomani dell'Unità d'Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 "… per la repressione del brigantaggio nel Meridione"[1]. Questa legge istituiva, sotto l'egida
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La fortezza di Fenestrelle
savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall'emigrazione forzata, nell'inesorabile comandamento di destino: "O briganti, o emigranti". Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: "… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale".
Deportazioni, l'incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di briganti) costretti ai ferri carcerari. Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati "vinti". Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell'esercito borbonico (su un giornale satirico dell'epoca era rappresentata la caricatura dell'esercito borbonico: il soldato con la testa di leone, l'ufficiale con la testa d'asino, il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvere il problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazioni dei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860, in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e non coordinati nell'agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampa fu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamava alle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860 nell'esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentarono solo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchia e furono chiamati briganti.
A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì "Depositi d'uffiziali d'ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie". La Marmora ordinò ai procuratori di "non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l'assenso dell'esercito".
Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l'intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord. Presso il Forte di Priamar fu relegato l'aiutante maggiore Giuseppe Santomartino, che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardo abruzzese, Santomartino fu processato dai Piemontesi e condannato a morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in 24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo, una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse che aveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai aperta un'inchiesta per accertare le vere cause del decesso. In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di "correzione ed idoneità al servizio", i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza 
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Uno scontro tra partigiani
borbonici e soldati italiani
brodaglia con un po' di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.
Quelli deportati a Fenestrelle[2], fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce. Fenestrelle, più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentarono anche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppi e catene. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.
Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi. La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce". Non era più gradevole il campo impiantato nelle "lande di San Martino" presso Torino per la "rieducazione" dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli "liberati", maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli "liberatori".
Altre migliaia di "liberati" venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all'Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d'Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell'epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti. Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: "Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?". Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula[3]. Il generale Enrico Della Rocca, che condusse l'assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riporta una lettera alla moglie, in cui dice: "Partiranno, soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino", precisando, a proposito della resa di Capua, "le truppe furono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti di S.M. il Re di Sardegna.
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Vittorio Emanuele II, il re vittorioso...
 Erano 11.500 uomini"[4]. Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell'età giolittiana, che compilò "L'Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata", riporta un'incisione del 1861, ripresa da "Mondo Illustrato" di quell'anno, raffigurante dei soldati borbonici detenuti nel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25 chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campo fu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldati delle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini.
Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civilicapitolati a Gaeta e prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di "Stampa Meridionale", per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano, in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famiglie dei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Tronto ed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1861 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all'estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: "Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano", ammettendo, in tal modo, l'esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani. Questa la risposta del La Marmora: "…non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione".
Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati, i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente con l'astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l'occupazione savoiarda. Particolarmente eloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: "Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie". Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti, nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): "Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell'assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d' Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato".
"Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all'ospidale e in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Re', Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni"[5]. Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco "chiara" del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l'Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano 
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...e Francesco II, il re vinto,
nella fortezza di Gaeta
voleva acquistare un'isola dall'Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti[6]. Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi[7]. Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l'esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai "liberati" di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell'ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei "lager dei Savoia", uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo "spirito del tempo".
NOTE

[1] Legge Pica: Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari; Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione; Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena; Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai manutengoli e camorristi; Art.5: In aumento dell'articolo 95 del bilancio approvato per 1863 è aperto al Ministero dell'Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Camera dei Deputati)
[2] Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perché già Napoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustre napoletano, Don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realisti fucilati dalla Repubblica Partenopea il 13 giugno del 1799, che vi aveva passato 9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di 82 anni.
[3] Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento - legittimisti e briganti tra i Borbone ed i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000.
[4] Questa informazione e tutte le seguenti sono state reperite nei saggi "I campi di concentramento", di Francesco Maurizio Di Giovine, nella rivista L'Alfiere, Napoli, novembre 1993, pag. 11 e "A proposito del campo di concentramento di Fenestrelle", dello stesso autore, pubblicato su L'Alfiere, dicembre 2002, pag. 8.
[5] Fulvio Izzo, I Lager dei Savoia, Controcorrente, Napoli 1999.
[6] S. Grilli, Cayenna all'italiana, Il Giornale, 22 marzo 1997.
[7] Sul sito www.duesicilie.org/Caduti.html è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza di alcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1865. Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32.
di STEFANIA MAFFEO

L' EMANCIPAZIONE FEMMINILE NEL SUD DEL 1861

La corsa alla conquista dei diritti femminili favorita dalla rivoluzione francese e a cui l'illuminismo aveva fornito un'inesauribile riserva di strumenti intellettuali, venne violentemente arrestata, nel 1804, dall'emanazione del codice di Napoleone che diede corpo all'idea che la donna fosse proprietà dell'uomo e il suo compito primario quello di restare relegata in casa. Portalis, uno dei preparatori del codice, in base al solito principio della legge di natura che, secondo lui, relega le donne in una condizione di inferiorità, sostenne che "Non è quindi in una nostra ingiustizia, ma nella loro naturale vocazione, che le donne devono cercare il principio dei più austeri doveri che sono imposti a loro maggior beneficio e a profitto della società". E nella prima metà dell'800 il movimento per l'emancipazione che si era via via allargato fino a coinvolgere le classi meno privilegiate, si ritirò, tornando ad essere appannaggio di un'élite politica e culturale. 
Alla lotta veniva fornita una matrice a volte marcatamente socialista, secondo le più diffuse teorie del dibattito filosofico in corso, altre volte di tipo nazionale e democratica, secondo le aspirazioni degli stati europei a partire dagli anni '20. In Italia troviamo Bianca Milesi, soprannominata dal Cattaneo 'l'emancipata Milesi'; essa, dopo aver studiato in Austria e Svizzera, tornò nel suo paese natio, diffuse le innovative tecniche educative che aveva appreso, e creò scuole popolari di mutuo insegnamento, dando vita anche ad una sezione femminile della carboneria per la diffusione delle idee mazziniane. Tra le sue discepole predilette c'era Cristina Trivulzio principessa di Belgiojoso la quale fu una vera e propria riformatrice sociale e promotrice, ovunque si recasse, della causa dell'unità nazionale secondo le idee repubblicane di Mazzini e sociali di Saint Simon. Nel 1849, durante l'assedio di Roma, sollecitata da Mazzini, lei, colta, ricca e aristocratica, mise insieme un gruppo di "scostumate" popolane e organizzò il pronto soccorso e il servizio ospedaliero per i feriti. Di queste nobildonne che aprivano i loro salotti a patrioti, letterati ed artisti permettendo la circolazione e lo sviluppo delle idee e che si dedicarono in particolar modo alla causa dell'elevazione culturale della donna, creando asili, circoli, scuole innovative, ve ne sono tantissime. Ricordiamo Matilde Calandrini in Toscana, Emilia Peruzzi a Roma, la quale tra l'altro indusse il marito, deputato del primo parlamento italiano, a presentare un progetto di legge a favore delle donne, e Laura Mantegazza e Clara Maffei a Milano: 
"Nel piccolo appartamento in via Bigli, dove la contessa Maffei riceveva ogni sera, si incontravano persone serie, vecchi patrioti, uomini di studio e di bella fama, ma vi intervenivano anche signore del mondo elegante, artisti, giovani che vedremo poi nel 1859 varcare il Ticino e arruolarsi tra i volontari. Nelle serate in casa della contessa si discorreva piacevolmente di cose serie e di cose liete, si discorreva di politica, di letteratura, d'arte, e dei fatterelli cittadini; si scherzava e si rideva, ma l'intonazione generale era sempre altamente patriottica. La contessa Maffei, di natura indulgente e mite, diventava fiera e intransigente ogni volta che fosse in questione il Governo straniero. Si pensi con quanto entusiasmo essa e i suoi amici prendessero parte, in quell'inverno del 1858, alla lotta contro l'arciduca Massimiliano (d'Asburgo, ndr) che ferveva nella società milanese...". Tra gli ospiti più rinomati di casa Maffei vi erano Giuseppe Verdi, che confidava spesso i suoi pensieri alla contessa la quale possedeva la virtù rara e preziosa di serbare i segreti, e Balzac che "rimase incantato dalla piccola Maffei e non tardò a provarne un'amicizia dolce, tenera che si confondeva con l'affetto... Egli voleva essere sempre aiutato dalla parola consolatrice della donna gentile, dalla sua stretta di mano, dal suo sorriso. La poesia dei suoi ideali strideva, peraltro, un po' troppo nel confronto della prosa del suo corpo pesante col quale sfondava le poltrone del salotto Maffei... A lui avvezzo a Parigi, non piaceva Milano; si mostrava querulo, rannuvolato, solo il prestigio della Maffei... aveva il potere di ridestarlo dalla tetraggine" (M.I. Palazzolo, I salotti di cultura nell'Italia dell'800, pp. 91, 109). Intanto in America, nella seconda metà del XVIII secolo, assistiamo a decise ma individuali azioni di impronta femminista, come quella di Abigail Adams che nel 1776 chiese ad un membro del Congresso di tenere conto, nel nuovo Codice delle leggi, i diritti delle donne: naturalmente non venne ascoltata. 
Nel 1843 veniva redatto il primo vero e proprio manifesto femminista americano da parte di Margaret Fuller. Il manifesto fu pubblicato dapprima come saggio dal titolo L'uomo contro gli uomini - La donna contro le donne, all'interno della rivista The dial. Ma nel 1845 fu rielaborato e apparve col titolo La donna nel XIX secolo. Verso la metà del secolo, smorzatosi l'ondata maschilista che aveva messo a tacere le speranze nate con la rivoluzione, il femminismo si rianimò, uscì definitivamente dai salotti, passò dalle elaborazioni teoriche individuali ad un'organizzazione più solida. I giornali fondati e diretti da sole donne si moltiplicarono e divennero tanto più importanti quanto più dietro di essi prendeva corpo un'associazione femminile. Nel 1832 in Francia, Desirée Verret e Marie-Reine Guindorf fondarono la La femme libreespressione del femminismo sansimoniano della classe operaia, che invitava tutte le donne, pagane e cristiane, a collaborare. In seguito il giornale fu preso sotto la direzione di Suzanne Voilquin, un'operaia ricamatrice di Parigi che, ottenuta la separazione dal marito, prese a viaggiare e riuscì a studiare travestendosi da uomo. Essa cambiò sia il nome del giornale con quello di La Tribune des Femmes, sia impostazione, avvicinandosi di più alle dottrine fourieriste. Famose sono rimaste le battaglie de La Tribune a favore dell'indipendenza delle colonie e contro la prostituzione, quelle per l'indipendenza economica delle donne, per l'educazione e la formazione paritaria a quella dell'uomo e il libero amore. 
Le collaboratrici si firmavano con il solo nome di battesimo per restare nell'anonimato, ma anche per rifiutare il cognome del marito, simbolo della prepotenza maschilista. Nel 1834 la repressione politica mise fine a quest'esperienza editoriale. La Gazette des Femmes invece dava voce alle aspirazioni delle donne della borghesia, che come contribuenti, esse sostenevano, dovevano beneficiare degli stessi diritti politici e civili. Erano tre le direzioni i cui si muoveva la propaganda del giornale: il diritto di petizione, per concedere alle donne un'esistenza legale, il diritto ad essere sostenute in tutte le iniziative da loro intraprese e il diritto a che venissero condannati tutti i delitti perpetrati contro di esse. Altro giornale importante fu Le Journal des Femmes, di ispirazione borghese-cristiana diretto da Fanny Richomme, che contro le teorie sansimoniane, ma anche contro l'ideale di donna austera auspicata dalla Chiesa, sosteneva la teoria del giusto mezzo, promuovendo l'immagine di una donna 'umana' con il diritto ad essere educata, di divorziare, di rifiutarsi di sottostare a matrimoni combinati. Dopo il 1848, con la seconda repubblica, il femminismo francese acquisì nuovo slancio e si può definire a tutti i diritti di tipo socialista, caratterizzato com'era dalla lotta per il miglioramento delle condizioni materiali e della propaganda delle idee. I più famosi giornali femministi di questo periodo furono La Voix des Femmes che esprimeva il suo slogan in questi termini: una nuova concezione dell'esistenza implica una rivoluzione per tutti e per tutte, e La Politique des Femmes, che assumerà la guida del movimento femminista. Nel giugno del '48 ci fu una sanguinosa repressione che censurò tutti giornali femministi, ma appena un anno dopo L'Opinion des Femmes denunciò tutti i soprusi subiti. 
Era tra l'altro questo il periodo in cui scrittori e disegnatori famosi si dilettavano nell'arte della derisione del personaggio della femminista. Flaubert con il romanzo L'educazione sentimentale la mise alla berlina con non poca cattiveria mentre Honoré Daumier e Paul Gavarni le dedicarono sarcastiche caricature, esprimendo in questo modo il disagio di chi, non sapendo né rinunciare ad una posizione da sempre assimilata, né come porsi di fronte agli assalti al proprio secolare predominio, risolveva il problema con una risata. Nel 1849 abbiamo la fondazione di una rivista femminista tedesca Frauen Zeitung ad opera di Louise Otto. La redazione del giornale assunse un'importanza cruciale perché divenne il punto di incontro delle femministe tedesche, ma fu soppresso nel '52 perché nelle associazioni politiche era stato vietato introdurre le donne. Nel '65 la Otto insieme a delle collaboratrici fondò "L'Unione generale delle donne tedesche" arrogandosi il diritto di parlare e organizzarsi pubblicamente; l'"Unione", perseguendo l'autonomia e il self-help femminile, durò fino all'avvento del nazismo. Nel '59 in Inghilterra l'Englishwoman's Journal la cui redazione divenne sede di molti dei più importanti gruppi femministi inglesi, si batté a lungo per il miglioramento dell'educazione delle ragazze. Ma più interessante è dare uno sguardo al femminismo di matrice protestante che nacque in Inghilterra nella prima metà del XIX secolo.
Un vigoroso impulso a questo femminismo lo diede il movimento antischiavista promosso a Boston dal giornalista calvinista William Lloyd George che fece appello alla sensibilità femminile perché prendesse a cuore la causa per la liberazione delle donne di colore. L'appello arrivò in un momento storico propizio, quando cioè schiere di donne nel mondo occidentale scalpitavano perché venisse loro offerta l'occasione giusta, anzi, un'occasione qualunque, per poter dare voce alle proprie rivendicazioni: in pochissimo tempo vennero fondati tre gruppi antischiavisti femminili protestanti in cui operavano all'unisono donne nere e donne bianche. Davanti alle chiese e in mezzo alle piazze queste donne protestavano e indottrinavano gli ascoltatori sulle ingiustizie perpetrate ai danni delle popolazioni di colore con il benestare della chiesa. L'azione dei pastori protestanti non tardò a farsi sentire e per mezzo di una lettera pastorale, con l'ausilio di citazioni tratte dalNuovo Testamento, si avvertirono le donne di non occuparsi di affari pubblici. Ma queste prontamente risposero per bocca di Angelina Grimké: "Non è soltanto la causa degli schiavi che noi difendiamo, ma quella della donna come essere morale e responsabile". Detto fatto, e nel 1838 la sorella di Angelina, Sarah, pubblicò il primo manifesto del femminismo protestante contemporaneo, Letters on the Equality of the Sexes, and the Condition of Woman. Ricordiamo che queste donne erano ferventi cristiane e nella loro azione contavano sull'appoggio di Dio. Proprio per questa ragione esse cominciarono a portare avanti un attento studio sulla Bibbia, una vera e propria esegesi biblica femminile, per riscontrare nella Sacra Scrittura tutti i punti in cui veniva ribadito il principio che entrambi i sessi hanno stessi diritti e stessi doveri. Il motto più famoso del femminismo protestante del XIX secolo rimarrà questo: "Pregate Dio, Esso vi esaudirà". 
Ma nel 1861 nell'"arretrato" ex regno delle Due Sicilie molte donne diventano Partigiane o BRIGANTESSE (in senso dispregiativo) e difendono armi alla mano il Sud.
Nel febbraio del 1861, con la capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie cessa, di fatto, di esistere. Francesco II, ultimo Re di Napoli, ripara a Roma, ospite dello Stato Pontificio. La precarietà dell'esilio, la solidarietà di numerose dinastie europee e le notizie - spesso ingigantite - delle difficoltà che il nuovo stato italiano incontra per radicarsi nel territorio, lo spingono a coltivare la speranza di un sollecito ritorno sul trono.
Dovunque, nei territori dell'ex regno - a Napoli come nei centri minori - sorgono comitati segreti filoborbonici, con lo scopo dichiarato di sollevare le popolazioni contro i Piemontesi.

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Alcune brigantesse-partigiane: qui
Michelina De Cesare. A seguire...
In tutto il Mezzogiorno si riaccendono improvvisamente i fuochi della ribellione contadina: fuochi che - a ben dire - hanno sempre infiammato il Meridione d'Italia; fuochi ora alimentati da uno sconquasso politico e sociale insostenibile.
Il possesso e l'uso della terra hanno da sempre costituito un fattore scatenante di rivolte. Ma né le leggi eversive né l'esproprio dei beni ecclesiastici hanno fatto conseguire la più antica aspirazione delle classi rurali, la proprietà della terra.
Ed è terra ostile quella che i contadini lavorano per conto di altri, aristocratici e latifondisti. Spesso sottratta - zolla dopo zolla - ai boschi, alle macchie ed alle pietraie montane.
In cambio i contadini ricevono un salario che consente appena di sopravvivere..
Il mutamento di governo ha ingenerato speranze che ben presto si rivelano infondate. La terra cambia proprietario ma i contadini ne sono sempre fuori, messi nell'impossibilità pratica di acquistarla o riscattarla con i sofismi di una legge fatta da un parlamento di "galantuomini" per i "galantuomini".
Il destino dei contadini appare segnato: rassegnarsi o ribellarsi.
L'esercito borbonico, che per molti giovani rappresentava l'unico sbocco occupazionale, è stato disciolto. Funzionari ex borbonici senza scrupoli, passati nella burocrazia del Regno d'Italia, hanno scientemente occultato il richiamo alle armi nel nuovo esercito italiano per favorire il disordine, così che una moltitudine di giovani si è ritrovata bollata con il marchio della diserzione, senza nemmeno venirne a conoscenza.

Contadini senza terra e soldati senza esercito null'altro possono fare che darsi alla macchia. Nascono e proliferano, ingrossate anche da gruppi di evasi dai bagni penali borbonici, le bande dei briganti che sfruttano la conoscenza dei luoghi, l'ardimento e la sete di rivendicazione sociale per dare scacco all'esercito piemontese, un esercito straniero, che parla una lingua straniera, che applica leggi straniere, che obbedisce ad un re straniero e che dunque è un esercito di occupazione.
La violenza esplode allora in tutta la sua virulenza: l'occasione è propizia anche per soddisfare la sete di vendetta troppo a lungo repressa nei confronti dei possidenti, dei "galantuomini" e del clero.
Nelle Calabrie, nelle Puglie e, soprattutto, in Basilicata sono messi a fuoco e depredati interi paesi, massacrate le personalità più in vista e più odiate, sbaragliate le truppe piemontesi.
L'esercito è impotente, percorre a casaccio le contrade più impervie, cade in imboscate, vede i suoi uomini falciati da un nemico invisibile, reagisce con violenza alla violenza in una spirale infinita di sangue.
Il fenomeno del brigantaggio approda nel Parlamento che, lungi dal preoccuparsi di tentare - con una saggia politica di riforme sociali - di rimuoverne le cause, sceglie la via della repressione, adottando una legislazione speciale, la legge Pica, che instaura il terrore nei territori occupati, la fucilazione sul campo, lo stupro delle donne dei ribelli.
In questo contesto matura il dramma delle "brigantesse", che è dramma della rottura dell'equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze orfane dei genitori, di vedove: è dramma di donne disperate che, ribaltando un ruolo stereotipo di rassegnazione e sudditanza, si dimostrano capaci di affiancare con coraggio i propri uomini e partecipare attivamente alla rivolta contadina.
E' difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi (RC) nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806-1816).

Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da
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Arcangela Cotugno
ed Elisabetta Blasucci
un'incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l'avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d'aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò - forte della sua posizione sociale - di sedurla. Respinto dalla fiera Francesca il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Nottetempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l'esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l'ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati.
Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti.
In breve fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un'imboscata tesa da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l'ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante.
Nell'orrore di questa vicenda, pure caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l'irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati.
Crollato il mondo familiare intorno al quale si è costruita a fatica una pur misera esistenza, la vendetta femminile si dimostra ancor più feroce di quella maschile.
Si tratta di fenomeni tuttavia limitati che fanno da contraltare a tanti episodi di rassegnazione e di pianto: costituiscono un'eccezione, insomma, non già la regola.
Appare dunque azzardato il tentativo di attribuire autonomia assoluta al brigantaggio femminile preunitario.

Forse sarebbe più corretto parlare di una "questione dentro la questione". E questo non sminuisce il ruolo delle donne nella rivolta contadina. Anzi, lo amplia e agevola la comprensione dell'intera questione delle classi subalterne meridionali.
E' comprovata invece, nelle vicende rivoluzionarie della seconda metà dell'ottocento la presenza di un considerevole numero di donne nell'organizzazione brigantesca.
Chi può, infatti, legittimamente sostenere che in una banda di briganti, numerosa e perfettamente organizzata (come tante nel periodo che trattiamo), si potesse fare a meno della presenza delle donne per motivi logistici, di collegamento, di approvvigionamento e, perché no, anche per motivi affettivi?
Occorre qui introdurre ed operare - semmai - un'altra distinzione che dall'ottocento ad oggi ha diviso e divide gli studiosi: la distinzione tra "la donna del brigante" e "la brigantessa".
Numerosi sono gli esempi di " donne del brigante", più rari - ma non meno significativi - quelli di "brigantesse". Gli uni e gli altri concorrono però in eguale misura a definire il ruolo della donna nelle classi rurali della seconda metà dell'ottocento meridionale italiano e contribuiscono certamente all'affermazione del posto che la donna occupa nella odierna società italiana.
La "donna del brigante" è colei che ha dovuto o voluto seguire il proprio uomo (spesso marito, talora amante, raramente figlio) che si è dato alla macchia.
Nel primo caso, quello della costrizione, il darsi alla macchia del proprio uomo l'ha confinata in una condizione ancora più disperata. Le è venuta meno ogni forma di sostentamento: l'opinione pubblica l'ha additata con disprezzo e l'ha isolata, spesso anche per timore di sospetti di connivenza. Non le è rimasto che il mendicio ed il meretricio. Sola, senza mezzi, disprezzata dai borghesi benpensanti e dai popolani acquiescenti, controllata a vista dalle autorità governative, talvolta oggetto di attenzioni inconfessabili dei "galantuomini", ha preferito alla fine seguire fino in fondo la scelta di vita del suo uomo.

La "donna del brigante" è anche colei che viene rapita e sedotta dal bandito, ridotta in stato di schiavitù e costretta - contro il suo volere - a seguirlo nelle sue azioni
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Filomena Pennacchio, Giuseppina
Vitale e, sdraiata, Maria Tito
brigantesche. Spesso finisce però per innamorarsene, per quella condizione psicologica che oggi è classificata come "sindrome di Stoccolma".
E' il caso, ad esempio - sempre nel periodo di occupazione francese - di una non meglio identificata Margherita.
Il brigante Bizzarro, uomo violento e sanguinario, imperversava nelle Calabrie. Costui, nel corso di una delle sue crudeli scorribande, sterminò un intera famiglia, trucidò un padre e ne rapì la figlia Margherita. Bizzarro sicuramente stuprò la donna, la rese sua schiava e la condusse con sé, in groppa al proprio cavallo, nelle imprese brigantesche alle quali dava continuamente vita. Ci si aspetterebbe che la donna fosse investita da rabbia, rancore e odio. Invece in Margherita, lentamente, l'odio verso Bizzarro si trasformò in ammirazione, il sentimento di vendetta fu sostituito dall'amore verso il boia della sua famiglia. Ne diventò la compagna ed il braccio destro e lo accompagnò nelle sue scorrerie, gareggiando con lui in audacia e coraggio. Catturata in un'imboscata, non sopravvisse a lungo ai rigori della prigione che, come vedremo più avanti non erano inferiori a quelli della latitanza.
Per un beffardo gioco del destino una reazione opposta dimostrò invece - proprio nei confronti dello stesso Bizzarro - la donna che subentrò a Margherita nelle grazie del bandito: Niccolina Licciardi. Un giorno erano entrambi braccati dai piemontesi.
Bizzarro, in un raptus di follia omicida, sfracellò contro le pareti di una caverna il neonato avuto dalla compagna, per la sola ragione che il pianto del bimbo rischiava di rivelarne la presenza agli inseguitori. Niccolina non versò neppure una lacrima. Con le mani scavò una fossa, vi seppellì il figlioletto e si pose a guardia della tomba - anche dormendovi sopra - per evitarne lo scempio da parte degli animali selvatici che infestavano la zona. Profittando poi del sonno di Bizzarro, gli sottrasse il fucile e gli fece saltare le cervella, sparandogli in un orecchio. Decapitato il bandito, ne avvolse la testa in un panno, si diresse a casa del governatore di Catanzaro e sul suo desco lanciò il macabro trofeo. Incassata la taglia, ritornò sui monti e di lei si perse ogni traccia.

Alcune volte, ed è il caso della libera scelta, "la donna del brigante " seguevolontariamente l'uomo di cui è innamorata. Tale appare la vicenda di Maria Capitanio. La ragazza, nel 1865, a quindici anni si innamorò di Agostino Luongo, un operaio delle ferrovie. Maria continuò ad amarlo e a frequentarlo di nascosto anche quando questi si dette alla macchia. Lo seguì nella latitanza, consumò le "nozze rusticane" e partecipò per pochi giorni alle azioni delittuose della banda, fungendo da vivandiera e da carceriera di un ricco possidente, tenuto in ostaggio. Catturata dopo una decina di giorni, in uno scontro a fuoco, grazie ai denari del padre, fu prosciolta dall'accusa di brigantaggio, essendo riuscita a dimostrare - attraverso false testimonianze - di essere stata costretta con la forza a seguire il brigante Luongo.
Rivelatrice di contraddizioni è la vicenda di Filomena Pennacchio, una tra le più note "brigantesse". Figlia di un macellaio, nata in Irpinia nella provincia borbonica di Principato Ultra, fin dall'infanzia incrementò il povero bilancio familiare servendo come sguattera presso alcuni notabili del paese. Alcuni mesi dopo il primo incontro con Giuseppe Schiavone, famoso capobanda lucano, vendette per alcuni ducati il poco che aveva e lo seguì nella latitanza. La vita brigantesca la rese subito un'intrepida combattente, evidenziando le sue inclinazioni sanguinarie. Con Schiavone partecipò a furti di bestiame ed a sequestri di persona, trovando modo di meritarsi il rispetto e la simpatia di tutta la banda.
Non si sottrasse nemmeno all'omicidio, avendo preso attiva parte all'eccidio di nove soldati del 45° Reggimento di Fanteria nel luglio del 1863 a Sferracavallo.
Era altresì capace di slanci di generosità come è testimoniato dal soccorso che offrì ad alcune vittime della banda Schiavone e per aver cercato di salvare alcune vite.
Di lei si disse anche, ma senza suffragio di prove, essere stata non solo l'amante di Schiavone ma anche di Carmine Crocco, il leggendario e riconosciuto capo di tutte le bande lucane e dei suoi luogotenenti Ninco Nanco e donato Tortora.

La presenza di più donne nella banda portava facilmente ad episodi di gelosia, dei quali si servì largamente l'esercito occupante per annientare il nemico. E fu proprio la 
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Maria Capitanio
gelosia di Rosa Giuliani, cui Filomena Pennacchio aveva sottratto i favori di Schiavone a tradire quest'ultimo: la delazione della Giuliani consentì, infatti, l'arresto di Schiavone e di altri briganti che furono subito condannati a morte. Prima di morire il feroce Schiavone volle rivedere ancora Filomena, gravida di un suo figlio.
Fu un incontro tenerissimo tra la brigantessa regina di ferocia ed il capobanda terrore delle valli dell'Ofanto che in ginocchio - chiedendole perdono - le baciava le mani, i piedi ed il ventre pregno.
Filomena Pennacchio però non visse - come altre - nel ricordo del suo uomo. Preferì - allettata da una promessa di sconto della pena - tradire anch'essa e fece catturare con le sue rivelazioni un altro luogotenente di Crocco, Agostino Sacchitiello ed altre due famose "brigantesse", Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito. Condannata a venti anni di reclusione, la Pennacchio godette di vari sconti di pena: dopo sette anni di detenzione tornò a casa ed anche per lei si aprirono le porte di una vita anonima.
Nella storia della calabrese Marianna Olivierio, detta "Ciccilla", è sempre il sentimento della gelosia il detonatore che fa esplodere la determinazione criminale della "brigantessa": Ciccilla era una bellissima ragazza dalle lunghe e nere chiome e dagli occhi corvini. Sposa di Pietro Monaco, un ex soldato borbonico ed ex garibaldino, datosi al brigantaggio dopo un omicidio, non lo aveva inizialmente seguito. Rimase nel proprio paese, accontentandosi di rari, furtivi momenti di intimità con il marito quando questi scendeva dai monti, fino a quando venne a sapere che Monaco aveva avuto una fugace relazione con la sorella. Ciccilla decise di vendicarsi. Invitò la sorella in casa e - nel cuore della notte - la trucidò con un pugnale, martoriandone il corpo con una trentina di colpi d'ascia.

Subito dopo - a dorso di mulo - raggiunse la banda del marito, divenendone addirittura il capo di fatto. Il raccapriccio che accompagnò le sue gesta si diffuse in tutto il circondario. Perfino i suoi stessi briganti ne ebbero terrore e disprezzo. Usava, ad esempio, infierire sui cadaveri dei nemici uccisi, mutilandoli atrocemente con coltelli e rasoi che portava sempre con sé. Catturata dopo la morte del marito, fu disconosciuta dai suoi stessi familiari. Anche la madre rifiutò di visitarla in carcere. Il processo, che fu celebrato a Catanzaro con grande partecipazione di gente e che vide come testimoni a carico anche i parenti suoi e del marito, si concluse con la condanna a morte. Ed è uno dei rarissimi, se non l'unico, caso di sentenza capitale per una donna. La sentenza - contrariamente a quanto sostengono taluni frettolosi cronisti - non fu poi eseguita ma tramutata nell'ergastolo perché il governo italiano non aveva interesse a mostrarsi all'opinione pubblica internazionale come giustiziere di una donna.
Storie brigantesche, come si vede di inaudita ferocia, ma anche storie di teneri sentimenti che le esasperazioni di una guerra civile non riescono a sopprimere del tutto.
Accanto a donne che uccidono senza pietà e che spingono la loro ferocia - come affermano le cronache giornalistiche e giudiziarie dell'epoca - fino ad inzuppare del sangue delle loro vittime il pane che poi addentavano avidamente, vi sono donne che continuano a mandare messaggi d'amore ricamati su fazzoletti (Maria Suriani al "capitano Cannone") o a ricamare per mesi l'immagine dell'amante (con tanto di fucile a trombone) su una tovaglietta, una delle quali ancora oggi viene conservata come cimelio.
Nemmeno sfugge alla dura legge della guerriglia e della latitanza il bisogno di sentirsi pienamente donna, di essere madre.
Sono molti gli esempi di briganti catturati in combattimenti che, ad un più attento esame, si rivelano "brigantesse" in stato di gravidanza. E' difficile però sostenere che ad indurle alla gravidanza sia solamente il calcolo previdente di una maggiore clemenza dei giudici in caso di arresto e la prospettiva di un trattamento carcerario più umano.

E', semmai, più lecito pensare che le gravidanze siano la dimostrazione della necessità di chi si è dato alla macchia di ricostruirsi una vita normale, anche attraverso i sentimenti più naturali.
Rosa Reginella, della banda di Agostino Sacchitiello viene catturata con il suo compagno a Bisaccia nel novembre 1864, dopo un accanito combattimento a cui non si sottrae, nonostante la gravidanza avanzata. Due mesi dopo, infatti, partorisce in carcere.
Gravide al momento della cattura sono anche Serafina Ciminelli - simile per aspetto e corporatura ad una bambina - compagna del capobanda Antonio Franco e la bella Generosa Cardamone, amante di Pietro Bianchi.,
Per le brigantesse 
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Maria Luci Nella
catturate si aprono le vie del carcere. La legislazione dell'epoca non prevede condanne differenziate per i due sessi ma l'orientamento dei giudici appare quello di comminare condanne più lievi alle donne, anche in considerazione del fatto che quasi mai è possibile processualmente accertare la volontarietà nella scelta di delinquere.
Normalmente la pena inflitta si aggira sui quindici anni di carcere, spesso in parte condonati.
Si tratta però di una condanna solo in apparenza più lieve.
Infatti, le condizioni di vita all'interno dei vecchi bagni penali borbonici, trasformati in carceri del Regno d'Italia sono pessime: il rancio è appena sufficiente a sopravvivere, le condizioni igienico sanitarie sono impossibili. Costrette ad una vita di stenti, a continui spostamenti, a marce forzate le "brigantesse" accusano - più dei loro uomini - il peso dei disagi fisici e quando vengono catturate mostrano i segni della debilitazione.
La mancanza di igiene (per coprirsi spesso indossano gli abiti sporchi dei nemici uccisi in combattimento) produce infezioni, che poco o niente curate in carcere, le portano ad una morte prematura. E' il caso, ad esempio, della Ciminelli che appena un anno dopo la cattura muore come recita l'arido atto di morte del comune di Potenza per "setticemia", provocata da un'infiammazione del perineo.

Il dramma delle donne del brigantaggio si consuma nell'indifferenza, quando non nel disprezzo, nel silenzio dell'opinione pubblica. Gli atti ufficiali dei Carabinieri Reali, quelli delle Prefetture, i fascicoli processuali le accomunano tutte ai loro uomini, non attribuendo mai alle donne del brigantaggio un ruolo di soggetto sociale autonomo.
Le cronache giornalistiche e gli scrittori coevi le descrivono solo come manutengole, amanti, concubine, " ganze", "drude", donne di piacere dei briganti. Ciò ha impedito di prendere in considerazione il fenomeno e non ha consentito uno studio più approfondito sui risvolti sociali e politici della rivolta delle donne meridionali.
Delle "brigantesse" restano oggi solamente le poco foto che la propaganda di regime ha voluto tramandare per una distorta lettura iconografica del brigantaggio.
Così, accanto a "brigantesse" che si sono fatte ritrarre - armi in pugno - in abiti maschili, vi sono le foto ufficiali dopo la cattura e, talora, dopo la morte in una postura innaturale.
Come i loro uomini, trucidati e frettolosamente rivestiti, legati ad un palo o ad una sedia, gli occhi rigidamente spalancati, con in mano i loro fucili e circondati dai loro giustizieri.
Macabro trofeo di una guerra civile occultata.
Emblematiche sono le foto che si conservano di Michelina Di Cesare, una delle pochissime "brigantesse" uccise in combattimento: alcune la ritraggono negli abiti tradizionali che ne risaltano la bellezza mediterranea.
L'ultima, scattatale dopo la morte, mette in evidenza lo scempio fatto sul suo cadavere.
Nelle macabre fattezze di Michelina, sconvolte dalla violenza, si può leggere tutto il dramma e le sofferenze dei contadini del Mezzogiorno. (Valentino Romano)

IL "TALLONE DI FERRO" DEI SAVOIA

Quando si commettono abusi, prevaricazioni, violenze, diviene perfettamente inutile dolersi se le vittime perdono il senso della misura ed accusano poi i loro persecutori di ogni possibile nefandezza, anche di quelle eventualmente nate solo dalla fantasia.
Il più elementare buon senso ci dice che sarebbe stato infinitamente meglio non commettere gli abusi iniziali, per non dare inizio a quelle spirali di odio che sembrano essere, purtroppo, una delle costanti della storia umana.

Queste riflessioni sorgono spontanee leggendo il libro "I Savoia e il massacro del Sud", di ANTONIO CIANO, pubblicato dall'editore Grandmelò di Roma. Il libro, uscito nel luglio dello scorso anno, e in ottobre in seconda edizione, fa parte di una "Collana di storia e di verità meridionali", diretta da Lucio Barone.

Diciamolo subito: è un gran brutto libro, ed è un libro utilissimo. Più che un libro è un comizio urlacchiato, in modo disorganico. Eppure confermiamo che è un libro utilissimo, da conoscere. Perchè? Cerchiamo di ragionarne assieme.

I LUOGHI COMUNI DELLA STORIOGRAFIA

La storiografia si è scrollata di dosso (per fortuna!) un certo tipo di retorica che ha inquinato per decenni la narrazione del periodo risorgimentale. Chi scrive ha fatto in tempo a frequentare una scuola elementare in cui la guerra del 1859, e gli eventi successivi, venivano ancora presentati in una chiave agiografica dove c'erano alcuni personaggi, il Re Soldato (Vittorio Emanuele II), l'Eroe Purissimo (Garibaldi), il Pensatore Tormentato (Mazzini), l'Abile e Integerrimo Statista (Cavour) e comprimari che "rispondendo al grido di dolore che da ogni parte d'Italia ecc. ecc."si decidevano all'azione per liberare gli italiani dal giogo straniero e fare l'Italia Una, Libera e Bella. Poi, una volta fatta, erano tutti contenti, salvo dover sistemare alcune faccende ancora in sospeso, tipo un po' di brigantaggio nel Sud.

Del resto, non aveva detto D’Azeglio (tutti i grandi dicono frasi celebri) "abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani"? Dicevamo che la storiografia ha fortunatamente intrapreso un esame più critico di quel periodo, inquadrandolo anche in quel travaglio generale che vedrà la sua conclusione nel 1918, con lo sgretolamento degli Imperi Centrali e le premesse di una nuova instabilità europea, tuttora lungi dal concludersi. Possiamo tranquillamente dire che più nessuno accetta la raffigurazione di un'unificazione d'Italia "a furor di popolo", nè è questo il luogo per un approfondito esame critico della politica di unificazione seguita dalla Destra Storica. Limitiamo necessariamente il nostro discorso alla politica seguita nel meridione. E prendiamo in mano il libro di Antonio Ciano.

La prefazione di Lucio Barone ci avverte: "Sicuramente Ciano piange lacrime di vera rabbia e impotenza e solo così si comprendono e si giustificano quelle rabbiose imprecazioni anche volgari, all'indirizzo dei barbari che stuprarono e massacrarono senza pietà i napoletani (intesi in genere come i sudditi del Regno delle Due Sicilie - ndr)... più amara della sconfitta è stata la falsa storia raccontata dai prezzolati sabaudi. Più forte è dunque lo sdegno e l'invettiva quando ognuno verifica quello che si sussurrava senza riscontri probanti..."

INVETTIVA CONTRO TUTTI -  Contro chi è diretta l'invettiva? Non solo contro le truppe inviate a reprimere il fenomeno del brigantaggio e contro i loro più importanti comandanti, i generali La Marmora, De Sonnaz, Cialdini e Bixio, il colonnello Negri e altri minori. Ma contro molti, molti altri.

E il titolo "I Savoia e il massacro del Sud" potrebbe variare ed allargarsi in "Il Resto del mondo e il massacro del Sud". Non vorremmo essere fraintesi. Abbiamo il massimo rispetto per le vittime innocenti (e ce ne furono!) di una politica repressiva che fu nei migliori dei casi miope ma il più delle volte cinica e brutale. Ma restiamo nella convenzione che solo una ricerca seria e molto meditata possa, nel corso del tempo, rendere giustizia a chi ha subito soprusi. Né l’apologia assoluta e totale delle vittime, né la condanna assoluta dei carnefici, aiutano a capire. E chi si interessa di storia sa quante volte trovarsi dall’una o dall’altra parte possa anche essere generato dal caso.

Perché dunque parlavamo del "Resto del Mondo"? Perchè l'Autore, dopo averci fornito alcune notizie storiche di grande interesse sul Regno delle Due Sicilie, sul suo sviluppo demografico, economico, industriale e culturale, inizia a "perdere i cavalli", facendo un minestrone in cui entrano un po' tutti, accomunati in un'oscura macchinazione che durerebbe dal 1860 e che aveva come fine la distruzione di quello che era il più prospero Regno d'Europa e l'accaparramento delle sue ricchezze.

"In Italia abbiamo sempre avuto, dal 1860, un capitalismo assistito e coccolato dalla Stato, un'imprenditoria dipendente dalle commesse statali e concessionari vari... In 135 anni lo Stato Unitario ha massacrato l'economia e l'industria del Sud per creare nel Nord una borghesia cieca e becera, capace solo di essere servile verso i suoi veri padroni, che fanno capo alle varie sette massoniche tendenti, come fine ultimo, a distruggere l'humus culturale cristiano ed annullare la coscienza storica e culturale delle popolazioni del Sud con le televisioni e con la stampa, tutta nelle loro luride mani... oggi l'Italia è governata da una Oligarchia che prende spunto e riferimento dai suoi benefattori risorgimentali; questa Oligarchia sa di essere arrivata al capolinea e sta tentando l'ultima operazione trasformistica. Il riciclaggio dei rifiuti politici si compirà nello spazio di un paio di anni. Tutta la feccia liberal massonica, che imperava nella Democrazia Cristiana e nel Partito Socialista estorcendo e ricattando, non si è dissolta ma si sta ben inserendo nella destra post fascista unitaria filo savoiarda di Fini...".
SOTTO ACCUSA ANCHE FINI - Al successivo capitolo, pag. 29, l'Autore riprende l'argomento:

"La destra di Fini, la destra di Berlusconi, la destra di Casini, la destra fascista di Cito, quella filosavoiarda di Lauro, quella di Gava, la destra filotedesca di Miglio ha dominato dal 1860 la vita politica italiana... ".
 E più avanti, dopo aver stabilito, tra l'altro, che Cavour morì di sifilide, l'Autore ci informa sulle dimensioni planetarie della congiura:
 "Il Piemonte, servo dei voleri della massoneria, indirizza da sempre la politica italiana. Nel 1861 il Piemonte faceva capo alla gran Massoneria di mister Albert Pike e oggi alla Trilateral Commission... La Santa Russia, l'Impero Asburgico e il Regno delle Due Sicilie dovevano lasciare posto al nuovo ordine massonico... In Italia il compito venne assegnato a Casa Savoia, votata alla Gran Consorteria. Gli altri sovrani infatti erano tutti devotissimi alla Chiesa di Roma... Al suo servizio (del Re Sabaudo - ndr) la massoneria londinese mise uomini, denaro e mezzi...".

 Qui vorremmo fare una sosta di riflessione. Dicevamo in apertura che nessun uomo di buon senso ed onesto disconosce oggi gli errori e anche gli orrori della politica dei primi governi unitari verso il Sud. E' cosa nota che l'abolizione dei dazi doganali, estesa a tutto il nuovo Stato Unitario, causò un disastro nell'economia del Sud. E' altrettanto noto che la leva militare obbligatoria fu vissuta da molti giovani meridionali come un abuso, e probabilmente lo fu, e fu pure una delle prime cause del brigantaggio, anche se sarà interessante tornare più avanti sul sistema di leva nello stato borbonico. Tuttavia non nascondiamo un certo brivido che ci prende risentendo discorsi che credevamo ormai sepolti dalla polvere della storia.

Le congiure planetarie "demo-pluto-giudaico-massoniche" furono tra le ragioni invocate da un signore di Predappio per mandare al macello, un certo 10 giugno 1940, una nazione che di tutto poteva aver voglia, salvo che di fare la guerra. Non abbiamo particolare simpatia, nè antipatia, per la massoneria; la storia recentissima ci ha fornito al più di questa associazione una poco onorevole immagine di confraternita di signori occupati a farsi al meglio possibile i propri interessi. Ma fare una stessa zuppa di realtà così diverse come la Russia Zarista, l'Impero Asburgico e il Regno dei Borboni, ci pare quanto meno avventato. E ci pare antistorico voler imputare ad una congiura massonica, come fa l'Autore (vedi a pag. 51) i sommovimenti del 1848, quasi che non fossero esistite realtà quali la Rivoluzione Francese (che con tutti i suoi terribili abusi resta una pagina fondamentale nella storia del faticosissimo cammino verso l'eguaglianza degli uomini) o la nascita degli Stati Uniti d'America.

MEGLIO RAGIONARE CON OBIETTIVITA' - Ci pare antistorico non voler riconoscere che il XIX secolo ebbe comunque, in tutto il suo disordine, un denominatore comune, che fu quello dell'inizio di un cammino verso maggiori diritti civili, verso condizioni più umane per le classi più umili, verso, insomma, una maggior dignità dell'uomo. Che in questo cammino si siano inseriti interessi di altro tipo (e senza dubbio i Savoia seppero approfittare del momento storico per la loro espansione), è indubbio. Ma pensare di poter cristallizzare la Storia, non è realistico. Il passaggio dai regimi assolutisti a quelli parlamentari (seppur sulla base di un suffragio censitario), l'emanazione degli Statuti, sono eventi storici che non si possono disconoscere. E lo stesso Piemonte visse questi cambiamenti, e li visse prima della realizzazione dell'Unità d'Italia.

L'Autore ci parla anche dei finanziamenti che la massoneria inglese fece al Piemonte per la realizzazione del suo progetto egemonico. I documenti storici ci dicono piuttosto che il Regno Sabaudo (come molti altri stati a metà del XIX secolo) era pesantemente indebitato coi banchieri Rothschild, la cui casa madre era, non scordiamocelo, a Francoforte. 
(vedi qui I SAVOIA IN BOLLETTA )e la vocazione  a fare i banchieri in Svizzera.
E Cavour, che per qualche tempo resse anche il dicastero delle Finanze, si trovò proprio a dover intraprendere una riforma fiscale (anno 1851) per svincolare il Regno dalla dipendenza dai Rothschild. Infine vorremmo notare che è un po' strano poter individuare un filo comune che leghi da 135 anni gli avvenimenti politici italiani agli interessi della massoneria inglese... a meno che l'Autore non voglia dirci che anche Mussolini condusse una politica filoinglese!

Proseguiamo nella nostra lettura. E' faticosa, perchè Antonio Ciano non è davvero un sistematico. Dopo averci fornito dei profili di Mazzini, Garibaldi e Cavour, ed un'interpretazione della questione Romana, l'Autore ci parla di un esperimento di grande interesse messo in atto nel Regno delle Due Sicilie: San Leucio. Un esperimento che merita senza dubbio un attento esame. La colonia di San Leucio venne fondata nel 1778 da FERDINANDO IV DI BORBONE. Si trattava in sostanza di una colonia agricola situata su un'ampia estensione di terreno (ottantadue ettari), ricavata da una zona già riserva di caccia del Re. In questa Colonia si installarono oltre centotrenta persone, per le quali furono costruite le abitazioni e la Chiesa. Il terreno, molto fertile, era coltivato a frutta e vigne.

UN ESPERIMENTO UN PO' EQUIVOCO - "A San Leucio Ferdinando IV di Borbone stilò di suo pugno lo Statuto di una società di uguali... La vita dei coloni era disciplinata e dura, ma libera da vincoli padronali; una comunità monastica allo stato laico. L'abbigliamento era semplice, pratico per il lavoro ed uguale per tutti. La sveglia suonava prestissimo e, dopo aver fatto colazione, la gente si recava in Chiesa, dove veniva recitata una preghiera composta dallo stesso Re, che si sentiva intermediario fra Dio e il suo popolo. Dopo aver sentito la Messa, i coloni si recavano al lavoro con uno spirito di emulazione stupendo, che rappresentava il segreto di San Leucio e che dava incentivi e prosperità a tutta la comunità... L'istruzione era obbligatoria per tutti... I testamenti erano aboliti e il diritto all'eredità avveniva solo per i figli e per il coniuge superstite, altrimenti tutti gli averi andavano in dotazione al monte degli orfani... Siamo di fronte ad una filosofia illuminista applicata scientificamente nel Regno delle Due Sicilie: una filosofia rivoluzionaria messa in pratica da Casa Borbone e fatta passare dal fecciume savoiardo per retriva!"
L 'Autore passa poi a descriverci lo sviluppo dell'industria, delle ferrovie, della marina, e dell'istruzione pubblica nel Regno delle Due Sicilie. A queste letture rimandiamo, perchè ricche di molti dati interessanti. Ma ci sembra utile spendere qualche parola sull'esperimento di San Leucio: non crede l'Autore che, con tutta la positività che seppe avere la casa dei Borbone, proprio nell'esperimento di San Leucio, "società di uguali", si nascondesse uno dei germi della sua disfatta? In un mondo scosso da fremiti di libertà, più o meno confusi e disordinati, come si situava una realtà in cui i lavoratori erano "tutti vestiti all'ugual modo", in cui "tutti insieme andavano in Chiesa", a recitare una preghiera composta da un Re che si sentiva "intermediario tra Dio e il suo popolo"? Verrebbe spontaneo chiedersi: che ci stava allora a fare la Chiesa? E non c'è in tutto ciò un vago sapore di paternalismo e di coercizione?

La seconda parte del libro possiamo individuarla, in assenza di precise suddivisioni fatte dall'autore stesso, da pag. 85 in poi. Da qui si inizia infatti la cronaca degli avvenimenti che sconvolsero in particolare i paesi di Pontelandolfo e Casalduni, nell'agosto e settembre del 1861. I territori delle attuali provincie di Foggia e Potenza furono sottoposti alla legge marziale, con ampi poteri ai comandanti militari, e con una presenza militare che vide un'escalation che portò i soldati addetti alla repressione del BRIGANTAGGIO, dai 22.000 iniziali fino a 120.000 nel 1863.

Chi era il "brigante"? Per i piemontesi era senza dubbio il ribelle al nuovo ordine, e come tale andava trattato. Per molti cittadini meridionali, delusi dalle promesse non mantenute (in particolare la mancata riforma agraria, conseguenza dell'alleanza fra i nuovi "padroni" del Nord e i vecchi latifondisti del Sud) era l'"eroe sociale". Ad alimentare le file dei briganti andarono moltissimi giovani renitenti alla leva obbligatoria. Ma qui conviene eliminare un equivoco. Nel Regno delle Due Sicilie la leva esisteva: era però "riscattabile" col versamento alle casse statali di una modesta somma, ed era limitata ai territori continentali. La leva obbligatoria per tutti fu indubbiamente un provvedimento miope del governo piemontese, tanto più che venne ordinata con l'esplicito fine di "integrare" le diverse popolazioni del nuovo Stato Unitario.

Ma chiedere ad un contadino dell'Abruzzo o della Puglia, o della Basilicata, di abbandonare terra e affetti per trasferirsi al nord per un paio d'anni era assolutamente irrealistico. Così, anzichè di integrazione, il provvedimento fu causa di divisione e ribellione. I nomi di Crocco, La Gala, Romano, Giordano, Alonzi, divennero leggendari, anche perchè diversi briganti, ex ufficiali dell'esercito borbonico, seppero impegnare duramente le truppe piemontesi. Si calcola che tra il 1861 e il 65 persero la vita in combattimento, o fucilati, 5212 briganti, mentre ne furono arrestati 5044 (Ortoleva-Revelli - Storia dell'Età Contemporanea).

La risposta del Governo di Torino fu preminentemente repressiva. La legge marziale dava il potere ai comandanti militari, fino al livello di comando di compagnia, di fucilare sul posto i capi-briganti, ma il grande frazionamento delle bande permetteva spesso di affibbiare la qualifica di "capo" a molti briganti fatti prigionieri. La tecnica di guerriglia adottata da molte bande portò a risposte di contro-guerriglia che spesso sfociarono in atrocità: rappresaglie contro interi paesi, fucilazioni "facili", devastazioni, non fecero che accrescere un solco.....
che purtroppo ancora oggi appare tutt'altro che colmato.

Lo studio di questa seconda parte del libro l'affidiamo ai nostri lettori: un lungo elenco di episodi tutt'altro che onorevoli, dove spesso l'Autore viene travolto dalla sua stessa foga, anche nei macabri conteggi delle vittime, inevitabili in questo tipo di resoconti, ma che alle volte ci paiono amplificati da una passione che supera ogni logica matematica. Non vorremmo sembrare poi troppo semplicisti facendo una semplice considerazione: il sangue, da sempre, ha chiamato il sangue.

La devastazione dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni fu senza dubbio un episodio atroce, che disonora le truppe che lo compirono. Ma lo compirono come rappresaglia all'uccisione di 45 loro commilitoni, uccisi dopo essere stati fatti prigionieri. E ci sembra che l'Autore perda il senso della misura (si veda a pag. 165) laddove individua la legittimità dell'uccisione dei 45 soldati piemontesi nel fatto che questa fu decisa da "tutto" il popolo dei due paesi sanniti. Riferendosi al capitano Iacobelli, comandante di una Compagnia di Guardie Nazionali, che in un rapporto riferiva al generale Cialdini l'avvenuto linciaggio, l'Autore infatti dice: "viva la democrazia liberale che per bocca di Iacobelli ammette che il popolo tutto accorse ad accoppare i soldati piemontesi e per questo motivo doveva essere castigato! Ma la democrazia non è consenso?".

Francamente ci pare che in questa significativa frase sia rappresentato il limite di Ciano: tale è la sua foga di mettere tutto il bene da una parte e tutto il male dall'altra, che trova la legittimazione dell'uccisione di prigionieri nel fatto che questa sia stata decisa da "tutto il popolo" e quindi si qualifica come atto di democrazia, e quindi come atto giusto. (diede il "consenso", quindi "giusto")
Perché quei pacifici cittadini si trasformarono in feroci giustizieri? Probabilmente perchè per loro la divisa sabauda era divenuta sinonimo di abuso, promesse mancate, e via ingannando e deludendo. E perchè i soldati piemontesi, che non erano certo arruolati solo fra i sadici assetati di sangue, compirono atti di rappresaglia indegni di qualsiasi uniforme? Probabilmente perchè a loro volta esasperati dal vedere uccisi i loro commilitoni.
E via, via, a furia di "probabilmente", torniamo alla riflessione che facevamo in apertura di questo nostro articolo. Ossia, se ci è consentita un'autocitazione: "...Il più elementare buon senso ci dice che sarebbe stato infinitamente meglio non commettere gli abusi iniziali, per non dare inizio a quelle spirali di odio che sembrano essere, purtroppo, una delle costanti della storia umana.

Il "libro di Antonio Ciano, che si chiude con una rievocazione dei fatti militari del 1866, ben noti e ben poco onorevoli, e che l'Autore riporta a sostegno della sua tesi, secondo la quale i capi militari piemontesi non erano che incapaci, in grado solo di combattere contro inermi contadini, ma non contro un nemico organizzato, il libro di Ciano, dicevamo, ci sembra una buona occasione, perduta almeno in parte, di ampliare il dibattito che in questi ultimi anni si è acceso su federalismo o, addirittura, su secessione.

E’ un libro da leggere perchè ci riporta fatti locali, per lo più sconosciuti, ma che vanno invece resi noti, per quanto poco onorevoli siano. E' un'occasione perduta perchè li riporta in modo tale, presentandoci il Regno delle Due Sicilie come un piccolo paradiso in terra, sbranato da belve assetate di sangue, da rischiare di dare argomenti ai più rozzi e beceri fautori di una secessione basata sull'assioma, tutto da dimostrare che "i terroni vivono con le nostre tasse, il nostro lavoro" e corbellerie simili.

Ma è comunque un'opera da tenere in considerazione, perchè non può non accendere in noi una domanda: perchè a tanti anni dall'Unità restano ancora passioni così violente? E se un libro francamente brutto e disorganico, violento e urlato, può essere utile, dopo un sano sfrondamento di tutta la sua retorica, per un sano esame di coscienza, ben venga.
Ci piacerebbe chiudere queste considerazioni con le parole di un galantuomo, un uomo di buon senso, riportate dallo stesso Autore, a pag. 103. Si tratta di Massimo d'Azeglio, che in una lettera al senatore Matteucci scriveva tra l'altro:"...A Napoli noi abbiamo cacciato il sovrano per ristabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra ciò non basti, sessanta battaglioni... Ma si dirà: e il suffragio universale? Io nulla so di suffragio; ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore: e bisogna cangiare atti o principi... "
di NICOLA GANNA
Ringrazio per l'articolo
il direttore di
Storia in Network

SEMPRE DA "I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD "
DI ANTONIO CIANO
Il deputato Giuseppe Ferrari, milanese, volle accertarsi personalmente degli eccidi e delle devastazioni di cui si rese responsabile la truppa piemontese e si recò nel Sud.
Dappertutto miseria, fame, rovine, macerie. Andò a Gaeta. Trovò una città bombardata, rasa al suolo dalle bombe di Cialdini. Gli abitanti della città tirrenica si davano da fare nel ricostruire le loro case, ma ormai si era aperta una frattura insanabile tra loro e le istituzioni; la stessa cosa successe in tutto il Meridione.
Napoli, da capitale europea sotto i Borbone, era stata degradata a provincia malfamata, una delle 24 province. I reati per paura non sempre venivano denunciati e gli omicidi da mille all'anno sotto i Borbone salirono di colpo a 4.300. Il deputato Ricciardi, nella seduta parlamentare del 27 giugno del 1862 disse che nel 1861 nell'Italia meridionale furono incarcerate 48.000 persone e 15.665 fucilate.

Nelle carceri napoletane vi erano 16.000 detenuti. Le carceri dei piemontesi erano simili a lager. I prigionieri non potevano scrivere nè ricevere visite dei parenti o di avvocati, non potevano leggere libri nè giornali. Gente onesta, preti, uomini di cultura, militari, avvocati, medici, commercianti, operai, contadini, bambini figli di partigiani o solo nipoti di secondo e terzo grado di manutengoli erano tenuti assieme ad assassini, ladri e malfattori. Le celle erano zeppe, non c'era spazio nemmeno per dormire ed i pidocchi e le zecche imperavano sui corpi nudi del popolo meridionale. Il fetore si alzava dalle carceri; si sentivano urla, a volte i prigionieri esasperati si impiccavano; a volte venivano presi e fucilati per far posto ai nuovi venuti.

I carcerieri erano delinquenti e camorristi assoldati dal regime piemontese per premiarli della loro servitù. Il Regno delle Due Sicilie, tanto vituperato dalla feccia massonica, così duramente colpito da Lord Gladstone con le sue lettere, così malamente offeso dall'accozzaglia liberale, era diventato un lager. Il Mezzogiorno d'Italia era diventato il luogo dove si ritornò a sperimentare la tortura, l'incatenamento; il Sud era diventato un inferno dove anche preti e bambini venivano immolati alla causa della patria. I Savoia furono i maggiori responsabili di quello che accadde nel Regno delle Due Sicilie. Oggi c'è purtroppo chi vorrebbe far tornare in Italia i rampolli di quella progenie. Si tolgano piuttosto i nomi delle strade a loro intitolate, si abbattono i monumenti, si distruggano le loro statue.

 Appena insediatisi al potere, i liberali, fecero subito rimpiangere
 i Borbone: ruberie dappertutto, assassinii, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province, nello Stato. Milioni di debiti, arricchimenti facili. I liberali distrussero in poco tempo l'economia del Meridione. Erano servi della borghesia del Nord e dello straniero. In poco tempo fecero sparire tutto: i macchinari delle fabbriche, i beni religiosi, i beni demaniali, libri antichi e persino le rotaie dei binari ferroviari. D'altronde imperava la massoneria internazionale,  i cuoi capi stazionavano a Londra e gli esecutori a Parigi e a Torino, cioè Napoleone III e Vittorio Emanuele II, servi di uno stato straniero".
di NICOLA GANNA