Nel 1860, con la caduta del regime borbonico sconfitto dall'esercito dei volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso di fatto agli altri Stati già sotto il dominio dei Savoia e si presentò all'appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. Nella vasta zona dello Stato pre-unitario popolata da oltre 7.000.000 di abitanti, quasi un terzo della popolazione globale italiana dell'epoca, la distribuzione della ricchezza che traeva la sua unica fonte dalla produzione agricola era iniquamente spartita fra un ristrettissimo numero di latifondisti mentre la massa di braccianti agricoli era ridotta alla fame. Le premesse per una rivolta popolare erano già nell'aria fomentate dalla propaganda borbonica che incitava le masse dei diseredati a considerare i conquistatori piemontesi come il nuovo nemico da combattere e nell'autunno del 1860 una violenta guerriglia sfociò in tutta la parte continentale dell'ex Regno delle due Sicilie, con una diffusione massiccia nell'area compresa tra l'Irpinia, la Basilicata, il Casertano e la Puglia. Capitanati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini, decine di migliaia di ribelli si diedero alla macchia rifugiandosi nelle zone montuose più impervie e inaccessibili per dare inizio a una guerriglia condotta su un duplice fronte, quello delle incursioni per razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri, e quello sul piano squisitamente militare contro l'esercito piemontese. In un primo tempo la matrice della ribellione sembrava essere circoscritta a fattori di natura prettamente politica e configurarsi nella lotta armata contro l'oppressore, ma quando la giurisdizione del Regno d'Italia s'insediò ufficialmente, la vera causa della sollevazione popolare si rivelò come il prodotto di un incontenibile disagio sociale.
Il vecchio regime borbonico era caduto per l'iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società locale, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l'espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, eludendo la promessa della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini. La realtà apparve ben presto in tutte le sue sfaccettature negative per il popolino: le strutture economiche e sociali rimasero immutate mentre faceva capolino un nuovo nemico agli occhi delle masse di diseredati. Lo Stato forte dell'Italia unificata imponeva una rigida centralità amministrativa introducendo pesanti balzelli che andavano a gravare sul capo dei più deboli, l'insopportabile ingerenza dei prefetti di polizia e la norma della ferma militare obbligatoria, particolarmente invisa alle popolazioni povere del Sud. A tutto ciò andava aggiunta l'incapacità da parte della Destra conservatrice di affrontare la questione del Mezzogiorno focalizzando come esigenza primaria la questione sociale che fu invece la vera molla scatenante dell'esplosione di quel gravissimo fenomeno di rivolta popolare noto come brigantaggio meridionale.
Qual era la consistenza delle forze ribelli dislocate su un territorio che si espandeva fino ai confini meridionali dell'Abruzzo? Si calcola che le bande di briganti siano state oltre 350, di cui almeno 33 con oltre 100 uomini e le più corpose con un organico che sfiorava le 400 unità, e che schierarono in campo decine di migliaia di ribelli "prelevati" con la persuasione o con la forza dall'immenso serbatoio delle masse contadine. Le "formazioni" erano comandate da capi dal nome leggendario come Crocco, La Gala, Pasquale Romano, Caruso, Luigi Alonzi, Gaetano Manzo, Tranchella. Crocco, al secolo Carmine Donatelli, era originario di Rionero e dominava la zona della Basilicata e del Melfese. Arruolatosi nell'esercito borbonico, aveva ucciso un commilitone nel 1850 e aveva disertato per evitare la forca. Dieci anni dopo si aggregò a un gruppo di patrioti lucani insorti per iniziativa di alcuni borghesi di Rionero. Di nuovo ricercato, si diede alla macchia nei boschi del Vulture seguito da un manipolo di compagni di sventura e divenne un temuto fuorilegge. Le sue file ben presto si ingrossarono e Crocco si mise a disposizione dei reazionari borbonici da cui ricevette assistenza e sovvenzioni. La sua banda nutrita e compatta impegnò in durissimi scontri le truppe regolari piemontesi, ma alla fine di luglio del 1864 Crocco prese la decisione di ritirarsi dalla guerriglia e si trasferì nel territorio dello Stato Pontificio convinto di farla franca.
004 (28K) Benchè il clero appoggiasse ufficiosamente gli insorti, il capobanda lucano fu arrestato dal governo papale e incarcerato per le sue nefandezze. Nel 1872 fu processato dalle autorità italiane a Potenza e condannato all'ergastolo. Morì dopo oltre 30 anni di reclusione nel penitenziario di Santo Stefano a Ventotene. Michele Caruso di Torremaggiore era considerato uno dei capibanda più sanguinari e temibili. Agiva con i suoi briganti nel Molise, nel Beneventano e nella Capitanata ( l'attuale provincia di Foggia ). Le sue azioni di vera e propria guerriglia organizzata diedero molto filo da torcere alle forze dell'esercito del Regno d'Italia dal 1862 al 1863. Catturato in seguito alla soffiata di un delatore il 10 dicembre 1863 nei pressi di Molinova, venne trasferito a Benevento e fucilato il giorno successivo dopo un processo sommario. Con la sua morte la banda in breve tempo si disperse. Luigi Alonzi, soprannominato "Chiavone", originario di una famiglia di agiati contadini e guardaboschi di Sora, capeggiava una banda di oltre 400 briganti e combattè contro le truppe regolari del Regio Esercito tra il 1861 e il 1862 nelle zone confinanti del Sorano, del Casertano e dello Stato Pontificio.
Venne fucilato nell'estate del 1862 per ragioni rimaste oscure, forse per rivalità, dall'ufficiale spagnolo Raffaele Tristany, inviato sul luogo su preciso ordine borbonico per organizzare azioni di guerriglia contro l'esercito italiano. Il Tristany assunse successivamente il comando di tutte le bande di briganti che operavano ai confini dello Stato Pontificio. Gaetano Manzo di Acerno, un centro del Salernitano, comandava una banda di medie proporzioni ed era noto con il nomignolo di Mansi. Il suo campo d'azione era ristretto ai territori situati intorno a San Cipriano Picentino e Giffoni Valle Piana, nell'entroterra del Salernitano. La sua banda si arrese alle truppe regolari solamente nel 1866. Gaetano Tranchella, a capo di una banda di media consistenza formatasi nel 1861, infieriva pure lui nel Salernitano e precisamente nelle zone fra Eboli, Battipaglia e Persano. Fu ucciso nel 1864 dalle truppe regolari e la sua banda fu decimata. I briganti, ovviamente, godevano dell'incondizionata simpatia delle masse rurali che li identificavano alla stregua di veri e propri eroi, una specie di ottocenteschi Robin Hood paladini di una Dea Giustizia che brandiva la spada contro i soprusi dei ricchi e il pericolo costituito dalle autoritarie imposizioni del nuovo padrone, il Regno d'Italia.
Forti degli appoggi tangibili forniti dalla corrente reazionaria borbonica e a volte addirittura da quegli stessi proprietari terrieri che essi depredavano, ma che avevano accolto con sospetto l'arrivo della dominazione sabauda, i fuorilegge potevano contare anche sull'aiuto della Chiesa, che non aveva digerito la mozione del primo Parlamento italiano nella seduta del 27 marzo 1861 tenutasi nel salone di Palazzo Carignano a Torino in cui fu presa la decisione di dichiarare Roma futura capitale del Regno, mentre la città era ancora saldamente nelle mani di Papa Pio IX, fermamente intenzionato a non rinunciare al potere temporale sui territori dello Stato Pontificio. In virtù di quella ufficiosa connivenza i briganti potevano trovare riparo nei conventi e sfuggire alla cattura nel caso in cui la loro sortita contro le truppe regolari si fosse risolta in un frettoloso ripiegamento. Fin dai primi mesi del 1860, il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nel dicembre del 1861, aumentato a 105.000 unità l'anno successivo fino a raggiungere il numero di 120.000 nel 1863.
La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell'esercito regolare in cinque anni fece un'ecatombe di vittime assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che tra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento o passati per le armi 5212 briganti e che ne siano stati tratti in arresto 5044. Occorsero misure severissime di pubblica sicurezza per stroncare definitivamente il brigantaggio e fu determinante al riguardo la "Legge Pica" del 15 agosto 1863, che sottopose alla giurisdizione militare le zone di maggiore attività dei banditi.Venne proclamato lo stato d'assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti e spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri pagando con la distruzione di interi villaggi e le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti. A proposito del brigantaggio e delle cause che lo scatenarono, vale la pena di sentire l'autorevole relazione dello storico e letterato napoletano Pasquale Villari, che condusse sull'argomento una meticolosa ricerca raccolta sotto il titolo di "Lettere meridionali", una diagnosi quanto mai spietata e realistica sui mali che affiggevano il Mezzogiorno d'Italia negli anni dell'unificazione.
"Il brigantaggio è il male più grave che possiamo osservare nelle nostre campagne. Esso certamente può dirsi la conseguenza d'una questione agraria e sociale che travaglia quasi tutte le province meridionali. Le prime cause del brigantaggio sono quelle predisponenti e prima fra tutte la condizione sociale, lo stato economico del campagnuolo , che in quelle province appunto dove il brigantaggio ha raggiunto proporzioni maggiori, è assai infelice: i contadini non hanno nessun vincolo che li stringa alla terra. Mangiano un pane " che non mangerebbero neppure i cani", diceva il direttore del Demanio e delle tasse. Nelle carceri di Capitanata ( quelle della provincia di Foggia ), e così altrove, quasi tutti i briganti sono contadini proletarii. Le bande del Caruso e del Crocco, molte volte distrutte, si ricostituirono senza difficoltà con nuovo venuti e in una medesima provincia si osservava che là dove il contadino stava peggio, ivi grande era il contingente dato al brigantaggio; dove la sua condizione migliorava, ivi il brigantaggio scemava o spariva. Anzi nell'Abruzzo, per la sola ragione che il contadino ridotto alla miseria e alla disperazione può andare a lavorare la terra della campagna romana, dove piglia le febbri e spesso vi lascia le ossa, lo stato delle cose muta sostanzialmente.
002 (31K) Questa emigrazione impedisce l'esistenza del brigantaggio e prova come esso nasca non da una brutale tendenza al delitto, ma da una vera e propria disperazione... "Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato. In questa, come in molte altre cose, l'urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali soli possono impedire la riproduzione di un male che certo non è spento e durerà un pezzo. In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici...". Quando queste "Lettere" furono pubblicate, un ufficiale dell'esercito, che si trovava ancora nelle Province Meridionali, dove aveva partecipato alla campagna del brigantaggio, mandò al Villari le sue memorie, che cominciò a scrivere a Viggiano, in Basilicata, nel 1861, e che continuò fino al 1868. Egli non volle che fosse reso noto il suo nome, avendo mandato quel manoscritto solo per fargli conoscere i risultati della sua personale esperienza, l'opinione sua e quella di molti altri ufficiali dell'esercito intorno alle vere origini del brigantaggio. Villari rispettò la sua volontà e pubblicò in forma anonima qualche brano di quelle memorie nella versione originale. Eccone alcuni stralci.
"Il brigantaggio antico e contemporaneo, a mio debole vedere, trae unicamente origine dalla triste condizione sociale delle popolazioni, non dagli avvenimenti politici, che se possono aumentargli forza non basterebbero mai a dargli vita; e neppure da cattiva indole o nequizia degl'indigeni, che in verità hanno dalla natura vivezza d'ingegno, carattere dolce e sommesso e in alcune province, come nell'antico Sannio, negli Abruzzi e nelle Calabrie, a queste naturali disposizioni uniscono una robustezza e un'energia invidiabili. Errerò, ma secondo quello che io penso il brigantaggio in sostanza altro non è che una questione ardente agraria e sociale. "Fa meraviglia il trovare, in quasi tutti i centri popolosi, soltanto quattro o cinque famiglie ricche, spesso fra loro imparentate, e il resto nullatenenti. E così, ad eccezione di pochi soddisfatti, che imperano al lor talento, e dispotizzano, ovunque si volga lo sguardo non si vedono che miserie e guai, quasi a derisione illuminati dal più bel cielo. Vive ognora, per inveterato costume tramandato dal feudalesimo, il diritto nei proprietari di pretendere in determinati giorni dell'anno l'opera gratuita del lavoratore. E non è raro il caso nel quale, invece di retribuire la mercede in cereali o denaro, la si paga con una data misura del più abbondante prodotto della terra, come sarebbero frutta, agrumi, cedri ecc., generi tutti che, per il difetto di esportazione o mancanza di vie di comunicazione discendono a vilissimo prezzo; per il che il povero subisce una nuova perdita sul già magro salario.
"Nei mesi di giugno e di luglio, tempo delle messi, molti lavoratori si recano nelle Puglie o nella Terra di Lavoro ( la provincia di Caserta ) per segare il grano e guadagnare due lire al giorno, quando lavorano, e il pasto. Ma per ottenere così abbondante e straordinaria mercede, oltre gli stenti e le spese di disastrosi viaggi, sovente ritornano al loro paese malati per effetto delle grandi fatiche sopportate sotto la sferza del sole o per causa della malaria. In tal modo le famiglie, lottanti giorno per giorno con la fame e coi più stringenti bisogni, abbrutite da tutti questi guai, non conservano che una ben debole affezione per la loro prole e cercano ogni mezzo per alleggerire il peso della miseria, e trovare qualche sollievo. In molti paesi mandano fuori i bambini ad accattare ( chiedere la carità ), a suonare chitarre ed arpe, a ballare tarantelle, a cantare romanze. Cedono per pochi Ducati a vili speculatori le loro creature e questi mercanti di carne umana vivono e lucrano sui sudori d'innocenti che trasportano nelle più lontane contrade, in Francia, America, Germania, Malta, Algeria.Tutte queste angherie, tutte queste prepotenze ed abusi creano e alimentano quell'odio che separa le due classi; spingono ad atroci vendette o alla volontaria emigrazione, non quella feconda, lucrosa e intraprendente dei Genovesi e Biellesi, ma bensì quella che non ha altra mira che di sfuggire alle miserie e alle soperchierie, che spopola e isterilisce interi paesi, vi fa mancare le braccia robuste, e priva le famiglie dei loro cari più vegeti e più atti al lavoro.
Il brigantaggio, ripeto, è solo la conseguenza dell'odio vicendevole fra oppressi e oppressori, cioè fra quelli che possiedono e i nullatenenti, odio tanto più intenso quanto meno progredita è la civiltà. " Nè è a credere che, per i danni e per le stragi che fa il brigante, sia egli dalla generalità esecrato, tutt'altro. Anche i più tranquilli e i più onesti del basso popolo hanno lo spirito talmente pervertito e il livore contro il signore così vivo che inclinano a vedere nel bandito la personificazione gloriosa e legittima della resistenza armata verso chi li tiranneggia. Non è dunque da meravigliare se trovansi facilmente tanti manutengoli ( sostenitori ), non essendo l'orrido mestiere del brigante aborrito. Per le plebi i banditi sono anzi eroi e questo universale favore fa sì che qualche volta anche i maggiorenti ( i ricchi ), i quali naturalmente non possono vedere nei briganti che i loro acerrimi nemici, li temono, li accarezzano e invece di cercare il rimedio nell'educare e nel trattare meglio le plebi, non disdegnano di passare nelle file dei manutengoli, largamente sovvenendo e non mai tradendo il brigante. Allorchè il capobanda Mansi ricattava il ricco... a Giffoni, nell'interno del paese, entrando coi suoi in sull'imbrunire d'un bel giorno d'estate, ed operandone l'arresto presso un tabaccaio e caffettiere, egli tradusse seco il malcapitato proprietario e appena fuori dall'abitato un'onda di campagnuoli, anzichè prestarsi alla liberazione del loro padrone, proruppe in un'ovazione al bandito, gridando a squarciagola "Evviva il capitano Mansi!". E fecero corteo alla banda di briganti. I terrazzani ( contadini legati alla terra da contratto con il proprietario ) di Postiglione, Serre, Persano e luoghi limitrofi parlano ancora oggi con religioso rispetto di quella "buona anima" di Don Gaetano, che in vita fu il famigerato Tranchella.
" E' certo che la calma materiale, come abbiamo al presente, si potrà sempre ottenere con la repressione, ma questa per se stessa non è che un'operazione violenta di sangue e di terrore, è il tagliare del chirurgo senza l'opera curativa del medico, dell'igienista e del moralista: perciò è utile che le due azioni vadano di conserva ( insieme ), e che i mezzi preventivi e d'incivilimento prevalgano". Il brigantaggio, insomma, era stato stroncato con le leggi speciali e la forza e si estinse nel 1865 scomparendo definitivamente dal Meridione dell'Italia continentale. Gli equilibri politici andavano mutando e nel 1876 la questione meridionale che la Destra non aveva saputo capire fu ereditata dalla Sinistra che si avvicendò al potere. Ma il modello di quest'ultima, fondato sul protezionismo frutto del blocco agrario-industriale, avrebbe di fatto contribuito ad allontanare ancora di più il Sud dal Nord. E il problema del Mezzogiorno si è trascinato insoluto fino a oggi.
UNA STORIA IMPOSTA
La storia della fine del Regno delle Due Sicilie come è stata tramandata da 140 anni, di fatto è a senso unico e tende ad annullare la memoria storica dei meridionale che erano contrari all'unione italiana. I briganti sono un ricordo, la mafia e la camorra, che a ben ragione possono essere indicate come espressioni comparse con lo stato unitario savoiardo, vivono e si moltiplicano piú che per la loro capacità organizzativa, per la premeditata inazione dei governi post-risorgimentali ed attuali. Briganti erano le centinaia di migliaia di Duosiciliani uccisi negli scontri con l’esercito invasore, trucidati nelle loro case, briganti erano gli abitanti di 54 paesi rasi al suolo, briganti erano le donne violate, i preti crocifissi, i 56.000 soldati borbonici chiusi nei campi di concentramento di S. Maurizio Canavese e di Fenestrelle a morire di fame e stenti. Ma, per battere quei briganti, il liberale e democratico piemonte dovette far scendere in campo piú di 120.000 soldati di linea, affiancati da quasi 400.000 guardie nazionali.
L’esercito piemontese affrontò una guerra interminabile, la piú feroce e sanguinosa della sua storia militare, cercando di mettere la sordina, di far trapelare il meno possibile, arrivando financo a nascondere il numero dei soldati caduti. Il governo piemontese, se avesse lasciato campo libero alla stampa dell’epoca, non avrebbe piú potuto invocare la "volontà popolare" espressa durante i plebisciti pilotati con la violenza per legittimare l’annessione del Reame Duosiciliano. I piemontesi, sorpresi dalla massiccia reazione popolare, in realtà si lasciarono andare ad ogni sorta di scelleratezza pur di reprimere la volontà del popolo. Il 21 gennaio 1861, resi furenti dalla serie di scacchi subiti dai "briganti", massacrarono 356 combattenti borbonici fatti prigionieri a Scurcola Marsicana, senza tener conto, in barba ad ogni convenzione militare, che Re Francesco II combatteva a Gaeta, che a Scurcola la bandiera che sventolava era quella del Regno delle Due Sicilie, la stessa che garriva al vento sulle fortezze di Messina e della gloriosa Civitella del Tronto. La consorteria massonico-savoiarda era discesa al sud con l’intento sí di abbattere la Dinastia Borbonica, ma anche con finalità conservatrici, sia sul terreno politico che economico-sociale.
Finalità che avevano l’appoggio incondizionato dei latifondisti meridionali, i quali vedevano un pericolo nella politica spesso enunciata e già molte volte applicata dai Borbone con l’assegnazione di terre ai contadini. Il costo di tale patto scellerato doveva necessariamente ricadere sui contadini e su tutto l’ex Regno. Inoltre la conquista di un mercato vasto come quello del Sud avrebbe finalmente visto lo sviluppo delle rachitiche industrie piemontesi e lombarde. Per la legge del contrappasso, quasi miracolosamente, le fiorenti industrie napolitane vennero spazzate via: le fonderie di Mongiana (Cosenza), dove gli "inetti meridionali" riuscivano a produrre le traverse (lunghe ognuna 34 m) per il primo ponte in ferro in Italia sul fiume Garigliano, le officine di Pietrarsa, dove venivano costruite le prime locomotive quando gli altri stati italiani, in primis il piemonte, le importavano dall’Inghilterra, gli innumerevoli e moderni, per l’epoca, cantieri navali, che produssero la prima nave a vapore che solcò il mare, tutto finito, distrutto, trasferito ad ingrassare i parassiti del futuro triangolo industriale.
La scelta era tra essere "briganti o emigranti", e molti, tanti, scelsero di diventare prima briganti, poi emigranti. Briganti che fecero schiumare di rabbia e diventare verdi per il terrore Cialdini, Fumel, Pinelli e che fecero pensare seriamente al potere politico piemontese di abbandonare quella terra che tanto costava sangue e … disonore. Fu guerra e non brigantaggio, senza quartiere, senza alcuna regola cavalleresca. Fu una gara alla ricerca della massima crudeltà. Guerra che cominciò all’indomani della proclamazione dell’unità di Italia, il 17 marzo 1861, una data in cui sarebbe doveroso ricordare anche la controparte trucidata per unire l'Italia con la violenza. Non è possibile accertare il numero di coloro che presero parte attiva alla guerra contro gli invasori, ma parecchi storici concordano nel quantificarlo in circa 85.000, numero raggiunto quando gli scontri divennero intensissimi e, considerando il numero dei fucilati, uccisi in combattimento e i prigionieri, non sembra inverosimile parlare di circa 400.000 combattenti.
ANNO 1861
Il 7 aprile 1861 un orgoglioso Alfiere regge la Bandiera Duosiciliana e avanza seguito dal Gen. Crocco e da circa 500 armati, perfettamente inquadrati, e da 160 cavalieri. Il gruppo di combattimento aveva tuttavia alcuni lati negativi:
-1. le truppe non disponevano di un servizio di sussistenza e, quindi, dovevano procurarsi vettovaglie e vestiario dove era possibile;
-2. le armi erano vetuste, quasi sempre fucili da caccia e armi bianche, per cui il loro maggior fornitore fu l’esercito piemontese e la guardia nazionale che nella fuga abbandonavano il loro armamento per fuggire piú veloci;
-3. Non aveva alcun aiuto finanziario da parte di potenze straniere (come veniva millantato dagli invasori) e gli insorgenti dovevano soddisfare le loro necessità sequestrando il denaro per le paghe dei savoiardi e dei loro collaborazionisti;
-4. Infine venivano limitati enormemente nelle loro azioni operative in quanto dovevano tener conto della feroce reazione che i piemontesi compivano contro le inermi popolazioni civili.
Dal 7 aprile ai primi di maggio 1861 tutta la Basilicata è in fiamme. In rapida successione, segnata dalla altrettanta rapida fuga dei presidi piemontesi e delle guardie nazionali, vengono liberate Ripacandida, Barile, Venosa, Lavello ed in fine la gloriosa Melfi, città cara a Federico II.
Il bottino in armi è ingente, in ogni cittadina Crocco restaura il Governo Borbonico, vengono bruciati il tricolore e i simboli savoiardi, l’entusiasmo della popolazione è indescrivibile. Le superstiti truppe piemontesi si sono rifugiate a Maschito, ben lontani dall’epicentro della rivolta. Lo stato maggiore degli invasori piemontesi, colto di sorpresa, ordina a tutte le truppe stanziate a Salerno, Benevento, Avellino e Foggia di convergere sul Melfese. Il loro cammino sarà segnato dagli orrori di fucilazioni di massa e dall’incendio di interi paesi. Crocco nel contempo dirige la sua marcia in Alta Irpinia, dove libera Carbonara, Calitri, S. Andrea e Conza. Il numero dei piemontesi uccisi dagli insorgenti è ancora oggi coperto da segreto militare. Senza che vi siano gruppi organizzati, si sollevano Grassano, S. Chirico, Avigliano, Ruoti, Rapolla, Atella e Rionero. Circa 4000 piemontesi, appoggiati da altrettante guardie nazionali, stringono un cerchio di truppe su Crocco, ma nella rete non resta nulla. Crocco ha diviso la sua forza in piccoli gruppi che hanno filtrato le maglie dell’accerchiamento piemontese.
Nelle sue memorie lo stesso Crocco scrive: "Ai primi di maggio, trovando difficoltà a trarre mezzi di sussistenza … divisi le truppe in plotoni, dando per punto di riunione i boschi di Lagopesole". Mentre Crocco è acquartierato a Lagopesole, i suoi luogotenenti Angelo Maria Villani e Giuseppe Nicola Summa (Ninco-Nanco), nell’intento di alleviare la pressione esercitata su Crocco, attaccano con successo reparti piemontesi in Capitanata. Il 14 maggio Villani libera Mattinata, il 10 giugno Poggio Imperiale, le vittime piemontesi sono numerosissime. In Capitanata gli scontri avvengono tra la cavalleria piemontese e la cavalleria degli insorgenti: il bottino in cavalli è per i borbonici veramente sostanzioso. A Palazzo S. Gervasio, Summa al comando di reparti di cavalleria insorgente travolge i Lancieri di Montebello e la guardia nazionale, una vittoria totale. Il 24 luglio insorge Gioia del Colle, il 30 Vieste sul Gargano. Nessuna formazione di truppe insorgenti era presente nelle zone delle due cittadine e i piemontesi fucilano 170 persone a Gioia e 65 a Vieste, saccheggiando anche le chiese. La gravità della situazione la si può intuire dal telegramma che il 7 agosto il gen. Cialdini invia al suo degno compare Cadorna: "Nel caso di avvenimenti gravi ed imprevisti a Napoli o altrove, concentri la sua truppa a Teramo, Aquila, Pescara ed agisca secondo le circostanze se le comunicazioni con me venissero interrotte" ("Il gen. Cadorna nel Risorgimento", Milano, 1922, pag. 202).
Il 10 agosto truppe piemontesi occupano Ruvo del Monte, le case vengono saccheggiate e 23 persone fucilate. Il Melfese, la Capitanata e la Terra di Bari diventano l’epicentro di una serie infinita di piccoli e grandi scontri e in queste zone vengono inviate molte truppe piemontesi. Il terrore tuttavia attanaglia gli occupanti, gli insorgenti hanno adattato il loro comportamento a quello dei piemontesi: niente piú prigionieri, visto che la fucilazione era il trattamento riservato ai Duosiciliani caduti in mano ai savoiardi. Le azioni nel Melfese e in Puglia rendono piú difficile il controllo nella fascia che va da Terra di Lavoro al Beneventano. Napoli rischia di rimanere isolata. Lo stesso 10 agosto Crocco muove verso Ruvo del Monte: intende punire i piemontesi e i "galantuomini" per i delitti ed il saccheggio cui il paese è stato sottoposto. Occupata la cittadina fa sterminare tutti i piemontesi e le guardie nazionali, piú 17 galantuomini, impadronendosi di gran quantità di armi e munizioni. La reazione piemontese è immediata e l’11 agosto scagliano contro Crocco circa 4000 uomini, composti da un battaglione bersaglieri, un battaglione del 62° Rgt. Ftr, tre battaglioni di carabinieri, due compagnie del 32° Rgt. Ftr., affiancate da centinaia di guardie nazionali. Crocco decide di accettare lo scontro e, unendo alle sue forze, circa 160 cavalleggeri comandati da Agostino Sacchitiello, finge in un primo tempo di puntare su Calitri, poi inverte la marcia e si posiziona a Toppacivita (nome che non compare certo nelle carte militari piemontesi), ove fa approntare un campo trincerato. Insieme a Crocco, forte di 1000 fanti e 200 cavalieri, ad aspettare l’assalto dei piemontesi, sono i suoi luogotenenti :
- Giuseppe Nicola Summa, di Avigliano;
- Giuseppe Schiavone, di S.Agata di Puglia ( su altri testi è erroneamente riportato come suo luogo natale "Cenzano" );
- Agostino Sacchitiello, dall’Irpinia;
- Giovanni Coppa, di S. Fele;
- Pasquale Cavalcante, di Corleto Perticara;
- Teodoro Gioseffi, di Barile:
- Giuseppe Caruso, di Atella, ed altri.
Il 14 agosto, alle ore 04.00, comincia la battaglia che si concluderà solo alle 17,30 del pomeriggio. Crocco respinge tre attacchi piemontesi e contrattacca a sua volta mettendo in fuga i nemici. Nicola Summa e Pasquale Cavalcante, che guidano la cavalleria insorgente, provano ad avvolgere il nemico in fuga, ma questi riescono a salvarsi. I piemontesi uccisi in combattimento sono duecento. Vengono fatti 50 prigionieri, compreso un capitano, che in seguito vengono scambiati con 12 insorgenti. I piemontesi, ripiegati su Rionero, abbandonano enormi quantità di salmerie e munizionamento. Il giorno dopo i partigiani di Crocco festeggiano la vittoria con un memorabile pranzo immolando 1000 polli e 200 pecore. Nei giorni seguenti i piemontesi, si sfogano con crudeli repressioni. Vengono decimati interi paesi, distrutti i raccolti e abbattuti migliaia di capi di bestiame. Il piú delle volte, per queste operazioni, si servono della Legione Ungherese, un corpo di mercenari di crudeltà inaudita. Questi metodi fecero dire a Napoleone III, nonostante fosse complice del Vittorione Emanuele: "Les Bourbons n'ont jamais fait autant ..." (Molfese, pag. 95). Dopo Toppacivita Crocco va ad acquartierarsi a Lagopesole, ma il 20 dello stesso mese attacca i presidi di Monteverde e Teora in Alta Irpinia.
Il 31 lo troviamo nella pianura che circonda Lucera in Capitanata, dove travolge una compagnia del 62° Rgt. Ftr. e due battaglioni di guardie nazionali. In settembre, il giorno 22, la compagnia di Caruso subisce forti perdite in uno scontro con alcuni reparti del 39° e 61° Rgt. Ftr. Poi, il primo ottobre, anche la compagnia di Caschetta subisce la perdita di 40 uomini e lo stesso Caschetta viene fucilato a Melfi il giorno dopo. Nella seconda metà di ottobre Crocco ordina ai suoi luogotenenti di radunare le truppe a Lagopesole, dove attende l’arrivo di un ufficiale legittimista spagnolo, il generale spagnolo José Borjes, inviato dal Comitato Borbonico di Marsiglia. Borjes era sbarcato a Bruzzano il 17 settembre con 12 ufficiali spagnoli, ma il suo arrivo, annunciato dai soliti pentiti, fece accorrere numerose truppe nel tentativo di catturarlo. Il percorso compiuto da Borjes fu molto difficoltoso e molto rischioso, ma intanto egli ha modo di valutare la situazione militare e politica in quelle regioni, comprende che alla sua azione dovrà seguire un solido aiuto esterno di uomini e armi.
Nel suo diario riporterà una frase che evidenzierà l’isolamento in cui si trovavano i rivoltosi: "I proprietari della Sila sono antirealisti, perché quando il Re fosse sul trono non potrebbero comandare dispoticamente ai loro vassalli" (Diario A.S.M.E., cartella 1506). Il 15 ottobre presso Lavello (Cerignola) reparti di lancieri piemontesi uccidono una ventina di contadini solo perché sospetti, ma Borjes, nel frattempo, riesce comunque ad arrivare al bosco di Lagopesole il giorno 19, dove avrebbe potuto incontrarsi con Crocco. L’incontro avviene il giorno 22. Sono due personalità molto diverse, tuttavia Borjes riesce a far accettare a Crocco il suo piano di compiere un atto che provochi una grande risonanza politica: la conquista di Potenza. Nel primo giorno di novembre 1200 uomini al comando di Borjes e di Crocco, divisi in centurie comandate da ufficiali spagnoli e dai luogotenenti di Crocco si muovono da Lagopesole nella seconda e ben piú pericolosa spedizione contro i piemontesi. L’avanzata inizia il 3 novembre con la liberazione di Trivigno, il 5 vengono eliminati i presidi di Calciano e Garaguso, il 6 tocca al grosso centro di Salandra, il 7 e l’8 vengono liberati anche Craco ed Aliano, posizionata sulla sponda destra del torrente Sauro.
Nel frattempo 1200, tra piemontesi e guardie nazionali, convergono verso il Raggruppamento di Crocco da Stigliano e da Matera. I savoiardi, provenienti da Stigliano per riunirsi con le altre truppe provenienti da Matera, vengono attaccati mentre si accingono a guadare il Sauro. 600 piemontesi sono assaliti da 400 Duosiciliani: l’urto è violentissimo. Due battaglioni del 62° Rgt. Ftr vengono travolti dalla cavalleria di Nicola Summa al grido di "viva 'o Re" e le acque del Sauro diventano rosse del sangue dei piemontesi e delle guardie nazionali. La truppa piemontese è letteralmente terrorizzata e ripiega disordinatamente su Stigliano e successivamente proseguono verso S. Mauro Forte, ma su questa strada vengono ancora assaliti e sterminati da un altro drappello di cavalleria duosiciliana proveniente da Gorgoglione. La disfatta è totale e il numero dei morti piemontesi sembra sia stato 350, tanto che il generale Della Chiesa viene sostituito e deferito ad un consiglio di disciplina. Intanto Borjes e Crocco vengono accolti a Stigliano dalle autorità cittadine con grandi festeggiamenti e con l'esposizione della bandiera delle Due Sicilie in tutta la cittadina. La notizia della brillante vittoria fece sí che altri 300 volontari si arruolassero con Borjes e in molti paesi si incominciò a sperare.
001 (66K) Il totale dei patrioti di Crocco e di Borjes raggiunge il numero di 2.180. Il Raggruppamento Duosiciliano riprende la marcia il giorno 13 e vengono liberate Cirigliano, Gorgoglione, Accettura, Oliveto e Garaguso. Il 14 novembre le truppe duosiciliane vengono accolte da Grassano in festa e il giorno dopo viene liberato S. Chirico. Solo Vaglio, alle porte di Potenza, oppone una dura resistenza per il suo forte presidio e per la sua naturale posizione, ma dopo sette ore di continui attacchi viene conquistato e il presidio piemontese viene decimato. Il 16 novembre la vallata prospiciente Potenza accoglie le truppe di Borjes e Crocco. Il piano di Borjes sembra avviarsi verso la conclusione progettata. Il presidio piemontese, pur abbastanza consistente, è davvero terrorizzato, temono di ricevere lo stesso trattamento che essi hanno tenuto contro i cittadini dei vari centri della Basilicata. Secondo i piani, e anche in funzione delle esigue truppe duosiciliane, a Potenza dovrebbero verificarsi dei disordini fomentati dal clandestino comitato borbonico, ma anche qui il tradimento incombe. Crocco nelle sue memorie scrive: "Presiede il comitato il sig. …, liberale della sola fascia tricolore, che non avendo potuto arricchire nella rivoluzione, cambiò bandiera e si rifece borbonico.
Ma questo camaleonte ancora una volta cambiò colore, avvertí il comandante della piazza, indicò dove erano deposte le armi, e, dopo aver intascato i ducati del Borbone, si vantò di aver salvato la Basilicata". Il piano di Borjes fallisce, mentre migliaia di soldati affluivano alle spalle dei Duosiciliani. L’attacco frontale senza artiglieria era da escludere, sarebbe stato un suicidio collettivo, e cosí Borjes devia la truppa verso Pietragalla con l’intento di avvolgere Potenza da nord-ovest. A questo punto sorgono contrasti tra Crocco e Borjes: il primo decide di liberare Bella, Balvano e Ricigliano. Poi, dopo aver eliminato il presidio di Pescopagano, si ritira verso i sicuri e imprendibili boschi di Monticchio. Mentre Crocco si ritira, si scatena la bestiale reazione piemontese sugli indifesi abitanti. A Trivigno i piemontesi addirittura fanno un apposito bando promettendo il perdono ai rivoltosi che si costituiscono, ma i 28 presentatisi vengono tutti fucilati e i cadaveri lasciati insepolti nella piazza del paese come esempio e monito. A Ruvo del Monte, non trovando briganti da combattere, il comandante del 31° battaglione bersaglieri, il maggiore lodigiano Davide Guardi, ammazza numerosi cittadini, anche questi lasciati in piazza insepolti, rubando anche il poco denaro delle casse comunali.
Il 27 Borjes si congeda da Crocco perché intende raggiungere i confini pontifici per presentarsi al Generale Clary. Al termine di un’esaltante marcia, sempre braccato dai piemontesi e dalle manutengole guardie nazionali, raggiunge la Marsica. Il 6 dicembre i bersaglieri prelevano dalle carceri di Potenza un gruppo di detenuti, tra i quali due luogotenenti di Crocco, Vincenzo D’Amato (Stancone) e Luigi Romaniello, e, anziché tradurli a Salerno, li uccidono lungo il tragitto. L’8 dicembre, Borjes, tradito da un francese che li aveva avvistati, è circondato dai piemontesi nei pressi di Tagliacozzo, nella cascina Mastroddi dove ha cercato riparo. Dopo una sparatoria, vinti dal fumo per il fuoco appiccato dai nemici alla cascina, gli spagnoli sono costretti ad arrendersi, anche perché il comandante piemontese, il maggiore Franchini, promette salva la vita. Borjes, cavallerescamente porge la sua spada all’ufficiale piemontese, che la rifiuta e poi vigliaccamente fucila subito dopo sia Borjes che gli altri Spagnoli catturati, impossessandosi di tutte le monete d’oro trovate loro addosso. .
Anno 1862
La fine della spedizione ideata dal Borjes è stata causata anche dall’arrivo della Brigata Acqui e da migliaia di guardie nazionali. Senza soluzione di continuità migliaia e migliaia di reclute piemontesi vengono inviate nel Mezzogiorno nel tentativo di soffocare ogni anelito di libertà dei Duosiciliani. Crocco divide la truppa in sei distaccamenti comandati dai suoi migliori luogotenenti e li fa accampare lungo i boschi sulla dorsale che da Potenza porta a Monticchio e poi piega ad ovest lungo il medio Ofanto fino al territorio di Calitri. Nessuno osa disturbare le truppe cosí acquartierate, le quali possono ancora una volta riorganizzarsi. Nelle sue memorie Crocco scrive: "Cosí passammo l'inverno senza essere disturbati e fu veramente una fortuna, poiché quell'anno vi fu un'invernata terribile … Era caduta tanta neve che non si poteva camminare; ciò fece dire ai giornali che il "brigantaggio" era distrutto e morto ...". Era questa la convinzione non solo dei giornali, ma anche dello stesso La Marmora, il quale scriveva al suo ufficiale Ricasoli: "… il brigantaggio è, se non sparito, ridotto però a tale punto da non poter piú sconvolgere le provincie" (carteggio La Marmora / Ricasoli, lett. 24.2.62).
Il 24 febbraio le truppe di Crocco muovono dai boschi del Vulture puntando verso la pianura del Tavoliere. Durante il forzato riposo Crocco e i suoi si sono resi conto che non sarà piú possibile agire con tutte le loro forze nello stesso punto. La disparità in numeri e mezzi è senza paragoni: circa 45.000 soldati di linea e altrettante guardie nazionali aspettano l’occasione per colpire ed eliminare definitivamente gli insorgenti. I distaccamenti, dunque, agiranno singolarmente, cercheranno la collaborazione di altri insorgenti e si uniranno solo in casi eccezionali. I piemontesi potranno essere ancora battuti se divisi e comunque solo se ci sarà una parità delle forze. Una serie interminabile di scontri mortali, un rivolo senza fine di sangue segnerà lo scorrere del 1862. I cimiteri piemontesi si riempiono di nuove lapidi di soldati uccisi, ma la Basilicata, l’Alta Irpinia e la Puglia vedono cadere numerosi loro figli, sepolti sotto un ulivo, lungo il greto di un torrente, o, se sfortunati, lasciati appesi per giorni al patibolo della giustizia savoiarda come monito. Impossibile segnalare tutte le piccole battaglie, nelle due regioni e nella zona irpina si contano piú di 650 scontri.
Crocco e i suoi leggendari patrioti e cavalieri iniziano una guerriglia che li vede spaziare da Lecce fino al Trigno, ai confini con l’Abruzzo, dal Sinni fin quasi a Benevento. Per l’elefante piemontese non esisteva luogo sicuro che non sia quello dietro le alte e protettive mura dei centri abitati. Le mura di Accadia risuonano ancora delle grida di terrore dei Lancieri di Montebello: gli zoccoli dei famosi cavalli pugliesi calpestano piú volte le odiate divise di chi credeva in una facile passeggiata. Da Accadia Crocco si sposta velocemente colpendo pesantemente lungo il suo cammino le truppe di Corato, Gravina, Altamura. Con il gruppo di combattimento di un altro leggendario eroe, il Sergente Romano, assedia Gioia del Colle sfidando i terrorizzati piemontesi ad uscire fuori dalle mura cittadine. C’è da dire ancora che gli spostamenti fulminei di Crocco disorientano i piemontesi. Da Gioia del Colle Crocco punta attraverso i feudi di Grumo, Cassano e Santeramo nei boschi di Mottola, poi da qui risale per Laterza e Ginosa fino a Craco.
Il 1° marzo Crocco riunisce le sue truppe nel bosco di Metaponto, presso la foce del Basento, insieme a quelli di Summa, Coppa, Giuseppe Caruso e Cavalcante, per attendere uno sbarco di truppe legittimiste spagnole e austriache. Il Comitato Borbonico in Roma aveva elaborato un piano basato sull’ipotesi che le truppe piemontesi, richiamate dalle conseguenti azioni del Crocco, avrebbero lasciato sguarnito il confine pontificio, permettendo al Tristany di attaccare Avezzano con duemila uomini per invadere poi gli Abruzzi. Tuttavia una spia infiltrata, Raffaele Santarelli, fece conoscere in tempo il piano ai piemontesi, che prendono contromisure sia navali, con la flotta di Taranto, sia per via terrestre con un concentramento di bersaglieri e cavalleggeri. Per cui Crocco, dopo alcuni giorni di inutile attesa, si dirige verso Ferrandina dove si scontra e massacra una compagnia del 30° Rgt. Ftr. In seguito viene attaccato al ponte S. Giuliano, sul Bradano, dal 36° Rgt. Ftr. che viene messo in fuga, ma subisce alcune perdite. Nei giorni successivi, l’8 marzo, a S. Pietro di Monte Corvino, avviene un altro scontro: i piemontesi sono costretti alla fuga lasciando sul terreno numerosi morti. Il giorno dopo Crocco sconfigge anche alcuni reparti di guardie nazionali alla masseria Perillo, nei pressi di Spinazzola, uccidendone dieci, compreso il comandante, maggiore Pasquale Chicoli, un traditore che aveva formato il governo provvisorio di Altamura, ancora prima dell’arrivo delle carogne garibaldesi.
In quel mese gli scontri sono quasi quotidiani e tra gli episodi piú importanti sono da ricordare quello del 17 marzo, quando la banda di Michele Caruso stermina alla masseria Petrella (Lucera) un intero distaccamento di 21 fanti dell’8° Rgt. Ftr., comandato dal capitano Richard. Il 31 marzo ad Ascoli di Capitanata il raggruppamento di Crocco sconfigge in combattimento i bersaglieri e i cavalleggeri del colonnello Del Monte che subiscono perdite devastanti in morti e salmerie. Lo stesso giorno, mentre a Poggio Orsini, presso Gravina, i piemontesi mettono in fuga un centinaio di patrioti, nel territorio tra Deliceto e Stornarella il gruppo di Coppa assale un reparto dei Cavalleggeri "Lucca" di cui massacrano 17 lancieri. Ai primi di aprile il raggruppamento di Crocco subisce alcune perdite in uno scontro tra Ascoli e Cerignola con la legione ungherese. Dopo altri brevi scontri, il 7 aprile Crocco, nel territorio tra Calitri e Carbonara, assale e sconfigge due drappelli del 6° Rgt. Ftr. Restano sul terreno una ventina di piemontesi e vengono catturati molti prigionieri. L’8 aprile i gruppi di Coppa e Minelli vengono assaliti di sorpresa e circondati: si hanno 40 morti, 21 fucilati dopo la cattura ed altri 42 uccisi mentre "tentavano la fuga".
Intanto, in seguito alle brucianti sconfitte subite nel mese di marzo, il generale Mazé de la Roche sostituisce il generale piemontese Seismit-Doda, che in seguito viene posto sotto inchiesta dal gen. La Marmora con l’accusa di vigliaccheria. Il "coraggioso" Mazé, appena insediato, ordina l’arresto dei parenti dei guerriglieri Duosiciliani fino al terzo grado, fa fucilare ogni "sospetto" e fa deportare migliaia di persone. Poi, per tagliare i rifornimenti ai guerriglieri, fa incendiare i pagliai, murare le porte e finestre delle masserie e arrestare tutte le persone che circolavano fuori degli abitati. Istituisce, inoltre, delle taglie sui patrioti Duosiciliani cosí ammonendo: "Premi a taglia ben concretata in modo che ogni testa di brigante sia come un biglietto di banca immediatamente esigibile" (C.P.I.B., deposizione del 22.1.1963). Queste nuove barbare disposizioni rafforzano la voglia di combattere dei patrioti e gli assalti di una ferocia inaudita ai reparti piemontesi ed alle manutengole guardie nazionali non si contano. Intere cittadine vengono assediate e conquistate. Il nemico subisce un continuo stillicidio di morti e una lotta senza quartiere, tanto che nei giorni tra il 3 ed il 5 agosto gli squadroni di ussari della Legione ungherese, stanziati a Lavello, Melfi e Venosa, marciano di propria iniziativa per concentrarsi a Nocera.
La loro è un’aperta ribellione alla conduzione di questa guerra che li vede solo come carnefici. Vengono bloccati e disarmati senza che oppongano resistenza, poi vengono imbarcati a Salerno e portati in un campo di concentramento in Piemonte. Il 20 agosto La Marmora è costretto a proclamare lo stato d’assedio per tutto il territorio delle Due Sicilie, ma ciò nonostante continua la mattanza per tutto l’anno. È da ricordare il massacro di 200 piemontesi del 36° Rgt. Ftr., uccisi in combattimento il 4 novembre a S. Croce di Magliano nel Molise dai gruppi di Crocco e di Michele Caruso. Un ufficiale del 36°, il capitano Rota, addirittura si suicida. Nei giorni immediatamente successivi viene assalito a Poggio Imperiale un plotone del 55° Rgt. Ftr. e da guardie nazionali, e solo in pochi riescono a salvarsi con la fuga. Verso la fine del 1862, nonostante lo stato d’assedio con ben 60.000 soldati in assetto di guerra stanziati in ogni centro, i briganti piemontesi non riescono a contenere la guerriglia. "La Marmora e le alte gerarchie dell'esercito avevano capito per tempo che il "brigantaggio" era imbattibile sul mero terreno militare..." (Molfese, pag. 185).
Lo stato d’assedio e la sua applicazione inducono i militari a puntare piú che sulle azioni militari, sul terrorismo da riversare sulla popolazione civile con l’obiettivo di isolare i combattenti Duosiciliani. Nisco in una lettera denuncia a Ricasoli (denuncia presentata al … boia) che: "… ufficiali dei vari reparti si dedicavano al taglieggiamento dei presunti reazionari, si dedicavano alla rapina e al saccheggio di case private e chiese. E, che in un processo (burla) celebrato contro il Magg. Guardi, questi dichiarò che l'ordine di taglieggiare era venuto dal Magg. Du Coll del 61° Rgt. Ftr." (T. Pedio, Reazione alla politica …, Potenza 1961)
Anno 1863
Il 1863 è ricordato per la recrudescenza delle azioni militari condotte dagli insorgenti contro gli invasori: lo stato d’assedio e le fucilazioni sommarie rendono gli eroici ed isolati combattenti Duosiciliani sempre piú decisi a vendere la pelle a caro prezzo. Il 2 e 3 gennaio i gruppi di Schiavone e Andreotti vengono assaliti dal 13° e 20° Rgt. Ftr. presso S. Agata di Puglia, ma riescono a sganciarsi senza danni. Nel bosco della Corte, sulle Murge di Vallata in terra di Bari, uno squadrone cavalleggeri "Saluzzo" il 5 gennaio sorprende presso la masseria Monaci il gruppo del leggendario sergente Romano, che nella feroce battaglia viene ucciso a sciabolate con altri 22 patrioti. Altri due sono catturati e fucilati sul posto. Il corpo dell’eroico Sergente Romano viene esposto "alla pubblica indignazione" nella piazza di Gioia del Colle, ma i suoi resti martoriati vengono pietosamente sepolti due giorni dopo dalla stessa popolazione. Come raccontano le cronache di quei giorni, tutti gli abitanti erano venuti in pellegrinaggio a vedere per l’ultima volta il loro eroe, gli uomini commossi si scoprivano il capo e le donne s’inginocchiavano piangenti. Ma gli scontri si susseguono incessanti e feroci: il 20 gennaio alla Difensola sul Fortore con i cavalleggeri "Lucca" (sono uccisi 1 ufficiale e 12 cavalleggeri); il 23 gennaio a Greci (numerose guardie nazionali sono massacrate).
I gruppi di Ninco-Nanco e Coppa sono assaliti il 31 gennaio da due compagnie di bersaglieri e di fanteria e da un reparto di guardie nazionali nei boschi di Lagopesole, dove restano uccisi 11 uomini ed è catturata una partigiana. Il giorno dopo un plotone del 46° fanteria circonda la banda partigiana di Giuseppe Caruso nel bosco di Montemilone, ma i piemontesi, dopo aver subito molte perdite, sono costretti a ritirarsi . I lavori della ferrovia Pescara-Foggia, allora in costruzione, nonostante l’incessante pattugliamento dei piemontesi, vengono fermati dai continui assalti dei patrioti suddisti: numerosi sono gli operai del nord e le guardie che vengono uccisi ogni giorno. Il Ten. Savi, dei carabinieri di Lucera, il 14 febbraio telegrafa: "… il brigantaggio fa strage … lo spirito pubblico è molto abbattuto" (C.P.I.B. del 14.2.63). Nel Melfese a Lagopesole in febbraio i gruppi di Coppa e N. Summa respingono una incursione di due battaglioni di bersaglieri e di un battaglione di guardie nazionali. Il 10 febbraio un reparto del 13° fanteria, comandato dal tenente Pannunzi, si dà alla fuga senza nemmeno tentare di intervenire in uno scontro a Cirigliano tra suddisti e guardie nazionali, che vengono tutte massacrate.
Lo stesso giorno a Gagliano, il comandante "Sturno", insieme con altri quattro suddisti con i fucili spianati, si recano spavaldamente in un caffè situato proprio davanti al corpo di guardia della guardia nazionale, che impaurita si rinserra nella casermetta. Accorre tuttavia dal vicino paese di Alessano una pattuglia di carabinieri, che però è messa in fuga dal violento fuoco dei patrioti. Schiavone attacca con successo il 4 marzo Ginestra degli Schiavoni, al confine con la Capitanata, ma il 9 è respinto in Accadia. Nei pressi della masseria Catapano, tra Melfi e Venosa, un battaglione di bersaglieri ed il 4° ed il 21° squadrone cavalleggeri "Saluzzo" sono sconfitti il 12 marzo dalle forze riunite di Crocco, Ninco-Nanco, Caruso, Coppa e Gioseffi. Il tenente Giacomo Bianchi ed il sergente polacco Lechtiscki vengono decapitati e le loro teste sono esposte con una pietra tra i denti nella masseria Araneo con un cartello: "Vendicati i morti di Rapolla", quelli cioè del gruppo Petrone decimati e martoriati nel novembre 1862 da quegli stessi cavalleggeri. Non mancano i traditori, come un tale Gennaro Aldinio che per ottenere la carica di "ricevitore del fondaco delle privative di Lagonegro" fa catturare l’eroico Pasquale Cavalcante, famoso per le sue azioni di cavalleria.
Il Cavalcante era di Corleto Perticara (PZ) e verrà fucilato a Potenza il 1° agosto del 1863. Le sue ultime parole furono: "... Merito anche pietà e perdono, perché contro mia indole mi hanno spinto al delitto. Ero sergente di Francesco II e ritornato a casa come sbandato, mi si tolse il bonetto, mi si lacerò l'uniforme, mi si sputò sul viso...". Per impedire ai patrioti di trovarvi rifugio, verso il 20 maggio, vengono bruciati migliaia d'ettari di bosco nei pressi di Monticchio. Sono inviati nei territori Napolitani altri 1.252 carabinieri a piedi e 171 a cavallo. Schiavone e Caruso si dirigono il 22 giugno 1863 con tutte le loro forze verso Benevento, ma a Camporeale non riescono a scacciare i bersaglieri del 22°. Nel ritirarsi verso il bosco di Vetruscelli, sorprendono un altro reparto del 22°, che però viene salvato da un sicuro massacro per l’intervento di bersaglieri e guardie nazionali. Il giorno dopo, mentre ripiegano, assalgono nuovamente, nei pressi di Orsara, reparti di fanteria, carabinieri e guardie nazionali, infliggendo dure perdite al nemico; massacrano anche il sindaco collaborazionista, il capo delle guardie nazionali ed altri 21 militi.
A Benevento, ora la paura è tale che il prefetto Sigismondi, terrorizzato, "autorizza" alcuni possidenti a pagare un contributo di 50.000 ducati richiesti dagli insorgenti per le spese di guerra. Il 13 agosto 1863 Vittorio Emanuele, a causa della insostenibile situazione dei territori occupati, valuta seriamente l’opportunità di abbandonare l’ex Regno delle Due Sicilie, ma il 15 agosto, con decreto nr. 1414 ratificato il 20 agosto, entra in vigore la famigerata legge "Pica" nr. 1409 ("legge terribile, dai procedimenti sbrigativi e sommarii…, strumento di dispotismo arbitrario e furibondo" — Enciclopedia Treccani), che mette in moto un meccanismo infernale, causando molte vittime innocenti e disumani patimenti alle popolazioni Duosiciliane. La legge prende il nome da un ascaro abruzzese e viene firmata da altri 41 deputati per la maggior parte meridionali, tra i quali pare giusto ricordare ad eterna infamia: Massari, Nisco, De Cesare, Barracco ed altri personaggi, che avevano lucrato vantaggi con l’annessione delle Due Sicilie al piemonte. Nel giro di poche settimane vengono eseguiti 12.000 arresti nelle sole Puglie e Basilicata. Le isole di Gorgona, Elba, Capraia e Giglio diventano campi di concentramento.
Viene reso legale ciò che prima veniva fatto senza legge. Mogli di insorgenti vengono condannate ai ferri a vita, fanciulle inferiori ai 12 anni, figlie di suddisti, subiscono condanne a 10 o 15 anni. Vengono istituiti i Tribunali Militari Criminali di Potenza, Foggia, Avellino, Caserta, Campobasso, Gaeta, L’Aquila, Cosenza, che si aggiungono a quelli già operanti di Bari, Catanzaro, Chieti e Salerno. I 5 componenti il collegio giudicante sono tutti ufficiali piemontesi e mediamente un caso viene esaminato e sentenziato in 6 minuti. Viene dichiarato "in stato di brigantaggio" tutto il Mezzogiorno, tranne Teramo, Napoli e Reggio Calabria. Viene aumentato di altre 20.000 uomini il contingente militare di occupazione e rafforzate le collaborazioniste guardie nazionali, reclutate nella feccia della popolazione. La maggior parte dei 620 mandamenti amministrativi delle "provincie meridionali" è affidata a funzionari di pubblica sicurezza piemontesi. La magistratura viene epurata e vengono deposti o trasferiti al nord quasi l’80% dei magistrati, nominando al loro posto soltanto personaggi favorevoli agli occupanti, compresi i giurati che sono designati dai prefetti piemontesi.
Crocco il 25 agosto si incontra con il generale Borgognini, comandante del 62° fanteria, che vuole convincerlo a costituirsi. Crocco, insieme a Ninco-Nanco e ad altri comandanti patrioti, valutano seriamente questa possibilità e si recano a Rionero, dove sono accolti trionfalmente dalla popolazione ed anche dalle autorità, che, rassicurandoli sulla buona fede del governo, rilasciano loro anche dei salvacondotti. Tuttavia il comportamento ambiguo del prefetto della Basilicata, Bruni, rafforza la diffidenza dei patrioti che rientrano nelle loro zone operative. E la lotta per l’indipendenza riprende piú feroce che mai. Centinaia sono i combattimenti sostenuti dai partigiani in questi ultimi mesi del 1863, ma subiscono duri contraccolpi. In ottobre del 1863 si ha un nuovo tentativo da parte del Comitato borbonico romano di organizzare una sommossa. Il piano, tuttavia, viene intercettato dalle spie di Lamarmora. Esso prevedeva che una colonna avrebbe dovuto invadere gli Abruzzi, una seconda sbarcare in Sicilia e una terza partire da Venezia per sbarcare a Manfredonia. Crocco si trasferisce nelle Puglie per attendervi lo sbarco. In quel mese i gruppi patrioti di Caruso sostengono oltre una trentina di combattimenti con alterne vicende, ma il 23 ottobre sono sorpresi nel bosco di S. Angelo, dove negli scontri perse la vita il luogotenente Varanelli.
Presso Gravina Crocco è attaccato il 17 novembre dal 15° e 24° fanteria, ma riesce a sganciarsi perdendo solo nove uomini. In queste occasioni si distinguono particolarmente alcune donne partigiane, come la bella Elisa (la regina delle montagne), la Cedrone (poi massacrata in un agguato), Generosa Cardamone di Catanzaro. Il primo dicembre Crocco sostiene vittoriosamente uno scontro con reparti piemontesi alla masseria S. Vittore. Il giorno 5 il Ministro guardasigilli piemontese inviò una circolare a tutti i vescovi delle Due Sicilie, invitandoli a "convincere i briganti" a desistere dalle loro azioni. Il 6 dicembre i patrioti di Caruso vengono attaccati dai bersaglieri presso la masseria Bianco, dove muoiono 7 uomini, ma Caruso riuscí a fuggire. Il 10 dicembre, però, a causa di una delazione Caruso è catturato in una cascina a Molinara. Il 12 dicembre, dopo un processo farsa, Michele Caruso, viene fucilato fuori porta Rufino a Benevento.
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Nel Melfese, il prefetto piemontese Veglio, ordina che tutto il bestiame e le scorte di cereali e di foraggi vengano ritirati dalle masserie e concentrati nei paesi allo scopo di affamare i patrioti. L’ordinanza provoca numerosi tumulti, ma costringe i patrioti di Crocco ad abbandonare la zona del Vulture. L'occupazione piemontese incomincia a produrre i suoi malefici effetti: dovunque nelle Due Sicilie è desolazione e miseria. Il commercio viene fatto a livello di baratto e l'agricoltura è in totale crisi. In Terra d’Otranto i patrioti attaccano il 27 gennaio il paese di Palagianello, tra Matera e Taranto, per procurarsi mezzi di sostentamento, ma gli stessi cittadini, per la prima volta, li respingono per il terrore delle devastazioni che dopo avrebbero compiute i piemontesi. Nei primi di marzo a Tricarico la banda di Nicola Summa (Ninco-Nanco) cade in un agguato delle guardie nazionali che gli uccidono il fratello e catturano la sua bellissima amica partigiana, appena diciottenne, Maria Dinelli, rimasta ferita negli scontri. Il comandante Summa riesce a fuggire, ma la ragazza viene barbaramente torturata. Dopo qualche giorno, è catturata anche la sua compagna, l’eroica Filomena de Vito di Grassano.
Febbricitante e distrutto nel morale, Summa viene catturato il 13 marzo nei pressidi Avigliano e immediatamente fucilato. Nelle sue memorie Crocco avrà parole commoventi per Summa, ricordando il coraggio e l’abnegazione dimostrata nella lotta per l’indipendenza delle Due Sicilie. Reparti del 22° e del 62° fanteria e uno squadrone cavalleggeri accerchiano il 20 marzo in territorio di Stigliano i gruppi patrioti di Masini e rimangono uccisi nei combattimenti i comandanti Egidione, Canosa e Percuoco. In aprile è instaurato un vero e proprio clima di terrore con soprusi di ogni genere, per cui diventa molto difficile per i patrioti ricevere aiuto e sostentamenti dalla popolazione. I bersaglieri distruggono il piccolo gruppo di partigiani di Marciano presso Rocchetta S. Antonio. Crocco, unitamente al gruppo di Totaro, cerca di spezzare questo assedio assaltando un distaccamento del 33° bersaglieri alla Rendina, ma il 29 aprile è costretto a ripiegare, perdendo cinque uomini. Il 28 maggio Crocco, nel bosco di Lagopesole, presso il Casone Sifandi, sorprende un distaccamento del 1° fanteria, uccidendo sette soldati.
Solo l’arrivo del 35° bersaglieri evita che gli altri 23, ormai accerchiati subiscano la stessa fine. Durante il ripiegamento i partigiani sorpresero presso S. Fele anche una pattuglia del 2° fanteria, che subí la perdita di cinque uomini. Il generale Franzini con 15 cavalleggeri "Lucca" e 50 granatieri s’imbatte il 30 maggio al ponte della Vunghia con i patrioti di Crocco, che gli infliggono molte perdite. Crocco, tuttavia, perde tre uomini a cui i piemontesi tagliano le teste, che portano, impalate, a Ripacandida per esporle come monito alla popolazione. A Toppa de'Cillis un distaccamento di 30 soldati del 2° fanteria, di scorta a una corriera, decide di attaccare il 2 giugno i partigiani di Crocco, ma nello scontro vengono in gran parte trucidati. Crocco perde un solo uomo, che viene fatto prigioniero e subito fucilato. Il generale Franzini viene sostituito nel comando dal generale Pallavicini, marchese di Priola, che si insedia a Melfi, avendo a sua disposizione tre battaglioni bersaglieri, quattro di fanteria, vari squadroni cavalleggeri "Monferrato", "Lucca" e "Lodi". I suoi primi atti sono quelli di arrestare tutti i parenti o amici di quelli che riteneva patrioti.
Poi, usa una nuova tattica, facendo circondare all’alba i paesi e facendo perquisire brutalmente ogni casa. Dà ordine che chiunque deve andare nei campi deve essere munito di uno speciale permesso, altrimenti sarà fucilato. Crocco risponde frazionando e ricomponendo i suoi uomini in gruppi mobilissimi e inafferrabili. Piú tardi, molto piú tardi e in gran segreto, il Pallavicini definisce Crocco " … dotato di vere qualità militari". Crocco è sempre padrone del territorio, nessun generalone piemontese, pur con migliaia di soldati e con un apparato repressivo di una durezza estrema, potrà mai vantarsi di averlo battuto. Il tradimento di Giuseppe Caruso, uno dei suoi piú stretti collaboratori, gli farà decidere l’abbandono della lotta. Le informazioni di Caruso sono preziose per gli invasori e non c’è piú alcun rifugio sicuro per i patrioti. Per ben due volte, subendo forti perdite in uomini e mezzi, Crocco riuscirà a sfuggire agli agguati tesi dai savoiardi a Monte Caruso e sul medio Ofanto. Nelle sue memorie Crocco scrive della sua decisione in modo doloroso: "… dopo aver perduto i migliori fratelli, riunii i piú fidi al bosco di Sassano per combinare sul da farsi. Furono vari e disparati i pareri, e tra tanti, prevalente per numero, quello di riunirsi compatti contro Caruso" e ancora: "Di parere contrario, per la difficoltà di stare raccolti in forte massa, senza incappare continuamente nella forza, feci nota la irremovibile decisione presa di ritirarmi in Roma lasciando ognuno libero di sé" (Memorie, pag. 129).
Crocco, il 28 luglio, si avvia verso Roma con 12 uomini fidati. La sera attraversano la strada rasente le mura di Lacedonia, poi arrivano ad Ariano di Puglia. Percorrendo centinaia di chilometri ed eludendo le fitte pattuglie di piemontesi, arrivano prodigiosamente sul confine pontificio. Crocco con i suoi arriva a Veroli il 24 agosto, ma è rimasto con soli 4 uomini; gli altri, ammalatisi, sono stati catturati e subito fucilati dai piemontesi. Evitando le truppe francesi, Crocco si consegna alle truppe pontificie e viene incarcerato nelle Nuove e poi a S. Michele a Ripa. Nel 1867 dopo essere stato per un breve periodo trasferito a Marsiglia per essere instradato in Nord Africa, Napoleone III lo rinvia di nuovo al Papa, che lo fece incarcerare a Paliano. Qui lo trovano nel settembre del 1870 gli assassini piemontesi che hanno invaso anche lo Stato pontificio. Condannato a morte nel 1872, viene graziato nel 1874 dal Vittorione e la pena viene tramutata nel carcere a vita. Trascorre cosí altri 30 anni, scrivendo anche le sue memorie. Muore nel carcere di S. Stefano il 28 giugno del 1905.on lNon li Non li chiameremo certamente "briganti" i nostri patrioti che organizzarono la resistenza in ogni angolo della nostra terra, li chiameremo "insorgenti". Altrettanto non parleremo mai di bande ma di brigate, come si addice ai combattenti. La resistenza era gia' iniziata quando Gaeta, Messina e Civitella del Tronto ancora resistevano.
A Civitella, ad esempio, la resistenza cosi' lunga fu resa possibile dalle continue incursioni dei primi gruppi di insorgenti. L' insurrezione in grande stile comincia poco prima e subito dopo la caduta di Gaeta. Gli episodi sono talmente tanti da costringerci a trattare per sommi capi dei fatti piu' significativi.
Gia' nel 19 gennaio il capitano Giorgi, patriota Abruzzese, avvocato di Civitella del Tronto, con circa 600 uomini libero' Petrella, Tagliacozzo e infine Scurcola, dove il combattimento fu particolarmente lungo e spietato. Qualche giorno dopo il paese fu assalito dagli invasori, circondato, incendiate le case, e saccheggiato.
Tra la popolazione furono fatte fucilazioni di massa non solo di uomini ma anche di donne, anche due preti, uno dei quali tento' di evitare il massacro, furono fucilati sul posto. A fine anno 1860 si formò la brigata più importante, quella comandata da Carmine Crocco, detto Donatello, nato a Rionero in Vulture. Nella sua brigata erano figure di rilievo Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Filomena Pennacchio, una donna.
La brigata di Crocco aveva una cavalleria, una fanteria e c'erano anche i poveri dei poveri che combattevano con i soli coltelli e le zappe. Questa gente sfidò e vinse in più combattimenti le truppe ben addestrate ed armate degli occupanti. Il 7 e 8 aprile fu liberata Ripacandida, il successo fu tale che per due giorni in paese fu festa.
La vittoria fece accorrere ulteriori volontari e Crocco volse le truppe verso Venosa e la liberò il 10 aprile; in serata giunse addirittura un gruppo di circa 200 soldati duosiciliani con bandiere e tamburi che si unirono alla brigata. In seguito furono liberate anche Lavello e Avigliano, a due passi da Potenza. Il 12 aprile vi fu l' insurrezione di Melfi.
Di fondamentale importanza fu la battaglia nel bosco di Lagopesole dove si affrontarono la brigata di Crocco, cui si era aggiunto, come comandante, il generale spagnolo Borjes, inviato dal Re, e l' esercito d'occupazione.
La battaglia fu furiosa, alla fine gli insorgenti vinsero e si diressero a Melfi dove entrarono trionfalmente. A Melfi fu tenuta una solenne processione e vi furono due giorni di festa.
A questo punto, la situazione era favorevole ovunque agli insorgenti: in Abruzzo Luca Pastore, Nunzio Tamburrini e Croce di Tola, detto Crocitto, avevano liberato i paesi dell' altipiano delle 5 miglia e puntavano verso Castel Di Sangro per unirsi con Crocco; erano, intanto, insorti ed erano stati liberati i paesi della Majella, Carpineto, Roccascalegna, Casoli e altri. Anche a Isernia c'era stata la rivolta e la città si era liberata dagli occupanti.
Intorno a Napoli, le brigate di Chiavone e Tortora aveva attaccato addirittura Torre del Greco e liberato alcuni paesi tra cui Amalfi (22 luglio 1862).
In Puglia Domenico Romano, detto sergente, di Gioia fel Colle aveva liberato vaste zone del Foggiano, tra cui Zapponata, e con un'altra brigata aveva liberato anche parte della Terra d' Otranto. In Calabria, le popolazioni dell' Aspromonte e del Crotonese erano insorte. Cirò fu piu' volte liberata e ripresa dagli occupanti. In Sicilia, infine, era insorta Catania, Castellammare del Golfo si era liberata, a Palermo ci furono scontri tra la gente e i soldati, perfino Pantelleria riuscì a liberarsi: sull' isola la rivolta continuo' per tutto l' anno e le truppe d'occupazione sbarcate in massa per mesi non riuscirono a sconfiggere gli insorgenti.
A Torino in quel periodo si discuteva se non fosse il caso di abbandonare l' impresa e ritirarsi. Per far pendere definitivamente il conflitto dalla parte dei patrioti sarebbe bastata la liberazione di una città importante in cui instaurare il governo legittimo.
La città più indicata era Potenza dove già tutto era pronto per la battaglia campale. Purtroppo, erano ormai scoppiati insanabili dissensi tra Crocco e Borjes che, con la sua visione aristocratica era inviso ai popolani insorti, non disposti a farsi trattare come carne da cannone.
Crocco pensava di poter aspettare e ingrossare ancora le fila della guerriglia, Borjes abbandono' la Basilicata per gli Abruzzi. Fu persa una occasione unica.
Gli invasori, intanto avevano adottato una nuova strategia: servirsi di collaboratori e traditori. Il principale fu Caruso, un coraggioso capitano degli insorgenti, rivale di Crocco anche in amore. Caruso passo' dalla parte degli occupanti e per Crocco iniziarono tempi sempre piu' duri. Borjes fu fatto scoprire da traditori mentre era vicino Tagliacozzo e stava per tornare a Roma per riorganizzare una sua brigata. In Sicilia e in Puglia intervenne la marina.
Furono emanate leggi ferocissime che ammettevano la rappresaglia indiscrimimata anche su conoscenti e amici degli insorgenti. Furono requisiti i raccolti e le greggi, fu impedita la semina: in parole povere, le Due Sicilie furono ridotte alla fame. Dall' estero Austria e Francia rimasero inerti. Anche lo Stato Pontificio tagliò ogni aiuto agli insorgenti, sperando così – inutilmente - di non subire una invasione. La repressione si scatenò con ferocia. Come esempi piu' famosi di orrori subiti dalla nostra gente citiamo la strage di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento. e quella di Isernia.
A Pontelandolfo, i patrioti avevano attaccato una colonna di bersaglieri e i prigionieri furono portati in paese dove la gente infuriata li uccise. Pontelandolfo fu dato alle fiamme, quasi tutta la popolazione trovata in casa, 900 persone, donne vecchi e bambini compresi fu uccisa, nella maggior parte dei casi con colpi di baionetta.
A Isernia, una volta rioccupata, furono compiute violenze e saccheggi. Le teste dei patrioti che avevano diretto la rivolta furono tagliate e messe in gabbie che furono fotografate e appese nella piazza principale della città. Nel giro di due anni gli insorgenti saranno sterminati e al loro posto rimarranno solo banditi comuni, veri briganti.
Una recente ricerca ha fornito questi dati sulle lotte del 1860 - 1864: 154.000 morti in combattimento a cui si aggiungono 111'500 fucilati o uccisi per rappresaglia. I dati forniti dagli occupanti sono inferiori ma comunque agghiaccianti: essi parlano di 16'000 fucilati nel solo 1862, 37 paesi dati alle fiamme per rappresaglia e 40'000 senza tetto.
Gli occupanti persero ufficialmente circa 23.000 uomini. Dagli occupanti furono impiegati nella guerra 120'000 uomini regolari a cui vanno aggiunti 80'000 irregolari, i collaborazionisti della infame "guardia nazionale" e 7.500 carabinieri.chiameremo certamente "briganti" i nostri patrioti che organizzarono la resistenza in ogni angolo della nostra terra, li chiameremo "insorgenti". Altrettanto non parleremo mai di bande ma di brigate, come si addice ai combattenti. La resistenza era gia' iniziata quando Gaeta, Messina e Civitella del Tronto ancora resistevano.
A Civitella, ad esempio, la resistenza cosi' lunga fu resa possibile dalle continue incursioni dei primi gruppi di insorgenti. L' insurrezione in grande stile comincia poco prima e subito dopo la caduta di Gaeta. Gli episodi sono talmente tanti da costringerci a trattare per sommi capi dei fatti piu' significaNon li chiameremo certamente "briganti" i nostri patrioti che organizzarono la resistenza in ogni angolo della nostra terra, li chiameremo "insorgenti". Altrettanto non parleremo mai di bande ma di brigate, come si addice ai combattenti. La resistenza era gia' iniziata quando Gaeta, Messina e Civitella del Tronto ancora resistevano.
A Civitella, ad esempio, la resistenza cosi' lunga fu resa possibile dalle continue incursioni dei primi gruppi di insorgenti. L' insurrezione in grande stile comincia poco prima e subito dopo la caduta di Gaeta. Gli episodi sono talmente tanti da costringerci a trattare per sommi capi dei fatti piu' significativi.
Gia' nel 19 gennaio il capitano Giorgi, patriota Abruzzese, avvocato di Civitella del Tronto, con circa 600 uomini libero' Petrella, Tagliacozzo e infine Scurcola, dove il combattimento fu particolarmente lungo e spietato. Qualche giorno dopo il paese fu assalito dagli invasori, circondato, incendiate le case, e saccheggiato.
Tra la popolazione furono fatte fucilazioni di massa non solo di uomini ma anche di donne, anche due preti, uno dei quali tento' di evitare il massacro, furono fucilati sul posto. A fine anno 1860 si formò la brigata più importante, quella comandata da Carmine Crocco, detto Donatello, nato a Rionero in Vulture. Nella sua brigata erano figure di rilievo Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Filomena Pennacchio, una donna.
La brigata di Crocco aveva una cavalleria, una fanteria e c'erano anche i poveri dei poveri che combattevano con i soli coltelli e le zappe. Questa gente sfidò e vinse in più combattimenti le truppe ben addestrate ed armate degli occupanti. Il 7 e 8 aprile fu liberata Ripacandida, il successo fu tale che per due giorni in paese fu festa.
La vittoria fece accorrere ulteriori volontari e Crocco volse le truppe verso Venosa e la liberò il 10 aprile; in serata giunse addirittura un gruppo di circa 200 soldati duosiciliani con bandiere e tamburi che si unirono alla brigata. In seguito furono liberate anche Lavello e Avigliano, a due passi da Potenza. Il 12 aprile vi fu l' insurrezione di Melfi.
Di fondamentale importanza fu la battaglia nel bosco di Lagopesole dove si affrontarono la brigata di Crocco, cui si era aggiunto, come comandante, il generale spagnolo Borjes, inviato dal Re, e l' esercito d'occupazione.
La battaglia fu furiosa, alla fine gli insorgenti vinsero e si diressero a Melfi dove entrarono trionfalmente. A Melfi fu tenuta una solenne processione e vi furono due giorni di festa.
A questo punto, la situazione era favorevole ovunque agli insorgenti: in Abruzzo Luca Pastore, Nunzio Tamburrini e Croce di Tola, detto Crocitto, avevano liberato i paesi dell' altipiano delle 5 miglia e puntavano verso Castel Di Sangro per unirsi con Crocco; erano, intanto, insorti ed erano stati liberati i paesi della Majella, Carpineto, Roccascalegna, Casoli e altri. Anche a Isernia c'era stata la rivolta e la città si era liberata dagli occupanti.
Intorno a Napoli, le brigate di Chiavone e Tortora aveva attaccato addirittura Torre del Greco e liberato alcuni paesi tra cui Amalfi (22 luglio 1862).
In Puglia Domenico Romano, detto sergente, di Gioia fel Colle aveva liberato vaste zone del Foggiano, tra cui Zapponata, e con un'altra brigata aveva liberato anche parte della Terra d' Otranto. In Calabria, le popolazioni dell' Aspromonte e del Crotonese erano insorte. Cirò fu piu' volte liberata e ripresa dagli occupanti. In Sicilia, infine, era insorta Catania, Castellammare del Golfo si era liberata, a Palermo ci furono scontri tra la gente e i soldati, perfino Pantelleria riuscì a liberarsi: sull' isola la rivolta continuo' per tutto l' anno e le truppe d'occupazione sbarcate in massa per mesi non riuscirono a sconfiggere gli insorgenti.
A Torino in quel periodo si discuteva se non fosse il caso di abbandonare l' impresa e ritirarsi. Per far pendere definitivamente il conflitto dalla parte dei patrioti sarebbe bastata la liberazione di una città importante in cui instaurare il governo legittimo.
La città più indicata era Potenza dove già tutto era pronto per la battaglia campale. Purtroppo, erano ormai scoppiati insanabili dissensi tra Crocco e Borjes che, con la sua visione aristocratica era inviso ai popolani insorti, non disposti a farsi trattare come carne da cannone.
Crocco pensava di poter aspettare e ingrossare ancora le fila della guerriglia, Borjes abbandono' la Basilicata per gli Abruzzi. Fu persa una occasione unica.
Gli invasori, intanto avevano adottato una nuova strategia: servirsi di collaboratori e traditori. Il principale fu Caruso, un coraggioso capitano degli insorgenti, rivale di Crocco anche in amore. Caruso passo' dalla parte degli occupanti e per Crocco iniziarono tempi sempre piu' duri. Borjes fu fatto scoprire da traditori mentre era vicino Tagliacozzo e stava per tornare a Roma per riorganizzare una sua brigata. In Sicilia e in Puglia intervenne la marina.
Furono emanate leggi ferocissime che ammettevano la rappresaglia indiscrimimata anche su conoscenti e amici degli insorgenti. Furono requisiti i raccolti e le greggi, fu impedita la semina: in parole povere, le Due Sicilie furono ridotte alla fame. Dall' estero Austria e Francia rimasero inerti. Anche lo Stato Pontificio tagliò ogni aiuto agli insorgenti, sperando così – inutilmente - di non subire una invasione. La repressione si scatenò con ferocia. Come esempi piu' famosi di orrori subiti dalla nostra gente citiamo la strage di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento. e quella di Isernia.
A Pontelandolfo, i patrioti avevano attaccato una colonna di bersaglieri e i prigionieri furono portati in paese dove la gente infuriata li uccise. Pontelandolfo fu dato alle fiamme, quasi tutta la popolazione trovata in casa, 900 persone, donne vecchi e bambini compresi fu uccisa, nella maggior parte dei casi con colpi di baionetta.
A Isernia, una volta rioccupata, furono compiute violenze e saccheggi. Le teste dei patrioti che avevano diretto la rivolta furono tagliate e messe in gabbie che furono fotografate e appese nella piazza principale della città. Nel giro di due anni gli insorgenti saranno sterminati e al loro posto rimarranno solo banditi comuni, veri briganti.
Una recente ricerca ha fornito questi dati sulle lotte del 1860 - 1864: 154.000 morti in combattimento a cui si aggiungono 111'500 fucilati o uccisi per rappresaglia. I dati forniti dagli occupanti sono inferiori ma comunque agghiaccianti: essi parlano di 16'000 fucilati nel solo 1862, 37 paesi dati alle fiamme per rappresaglia e 40'000 senza tetto.
Gli occupanti persero ufficialmente circa 23.000 uomini. Dagli occupanti furono impiegati nella guerra 120'000 uomini regolari a cui vanno aggiunti 80'000 irregolari, i collaborazionisti della infame "guardia nazionale" e 7.500 carabinieri.tivi.
Gia' nel 19 gennaio il capitano Giorgi, patriota Abruzzese, avvocato di Civitella del Tronto, con circa 600 uomini libero' Petrella, Tagliacozzo e infine Scurcola, dove il combattimento fu particolarmente lungo e spietato. Qualche giorno dopo il paese fu assalito dagli invasori, circondato, incendiate le case, e saccheggiato.
Tra la popolazione furono fatte fucilazioni di massa non solo di uomini ma anche di donne, anche due preti, uno dei quali tento' di evitare il massacro, furono fucilati sul posto. A fine anno 1860 si formò la brigata più importante, quella comandata da Carmine Crocco, detto Donatello, nato a Rionero in Vulture. Nella sua brigata erano figure di rilievo Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Filomena Pennacchio, una donna.
La brigata di Crocco aveva una cavalleria, una fanteria e c'erano anche i poveri dei poveri che combattevano con i soli coltelli e le zappe. Questa gente sfidò e vinse in più combattimenti le truppe ben addestrate ed armate degli occupanti. Il 7 e 8 aprile fu liberata Ripacandida, il successo fu tale che per due giorni in paese fu festa.
La vittoria fece accorrere ulteriori volontari e Crocco volse le truppe verso Venosa e la liberò il 10 aprile; in serata giunse addirittura un gruppo di circa 200 soldati duosiciliani con bandiere e tamburi che si unirono alla brigata. In seguito furono liberate anche Lavello e Avigliano, a due passi da Potenza. Il 12 aprile vi fu l' insurrezione di Melfi.
Di fondamentale importanza fu la battaglia nel bosco di Lagopesole dove si affrontarono la brigata di Crocco, cui si era aggiunto, come comandante, il generale spagnolo Borjes, inviato dal Re, e l' esercito d'occupazione.
La battaglia fu furiosa, alla fine gli insorgenti vinsero e si diressero a Melfi dove entrarono trionfalmente. A Melfi fu tenuta una solenne processione e vi furono due giorni di festa.
A questo punto, la situazione era favorevole ovunque agli insorgenti: in Abruzzo Luca Pastore, Nunzio Tamburrini e Croce di Tola, detto Crocitto, avevano liberato i paesi dell' altipiano delle 5 miglia e puntavano verso Castel Di Sangro per unirsi con Crocco; erano, intanto, insorti ed erano stati liberati i paesi della Majella, Carpineto, Roccascalegna, Casoli e altri. Anche a Isernia c'era stata la rivolta e la città si era liberata dagli occupanti.
Intorno a Napoli, le brigate di Chiavone e Tortora aveva attaccato addirittura Torre del Greco e liberato alcuni paesi tra cui Amalfi (22 luglio 1862).
In Puglia Domenico Romano, detto sergente, di Gioia fel Colle aveva liberato vaste zone del Foggiano, tra cui Zapponata, e con un'altra brigata aveva liberato anche parte della Terra d' Otranto. In Calabria, le popolazioni dell' Aspromonte e del Crotonese erano insorte. Cirò fu piu' volte liberata e ripresa dagli occupanti. In Sicilia, infine, era insorta Catania, Castellammare del Golfo si era liberata, a Palermo ci furono scontri tra la gente e i soldati, perfino Pantelleria riuscì a liberarsi: sull' isola la rivolta continuo' per tutto l' anno e le truppe d'occupazione sbarcate in massa per mesi non riuscirono a sconfiggere gli insorgenti.
A Torino in quel periodo si discuteva se non fosse il caso di abbandonare l' impresa e ritirarsi. Per far pendere definitivamente il conflitto dalla parte dei patrioti sarebbe bastata la liberazione di una città importante in cui instaurare il governo legittimo.
La città più indicata era Potenza dove già tutto era pronto per la battaglia campale. Purtroppo, erano ormai scoppiati insanabili dissensi tra Crocco e Borjes che, con la sua visione aristocratica era inviso ai popolani insorti, non disposti a farsi trattare come carne da cannone.
Crocco pensava di poter aspettare e ingrossare ancora le fila della guerriglia, Borjes abbandono' la Basilicata per gli Abruzzi. Fu persa una occasione unica.
Gli invasori, intanto avevano adottato una nuova strategia: servirsi di collaboratori e traditori. Il principale fu Caruso, un coraggioso capitano degli insorgenti, rivale di Crocco anche in amore. Caruso passo' dalla parte degli occupanti e per Crocco iniziarono tempi sempre piu' duri. Borjes fu fatto scoprire da traditori mentre era vicino Tagliacozzo e stava per tornare a Roma per riorganizzare una sua brigata. In Sicilia e in Puglia intervenne la marina.
Furono emanate leggi ferocissime che ammettevano la rappresaglia indiscrimimata anche su conoscenti e amici degli insorgenti. Furono requisiti i raccolti e le greggi, fu impedita la semina: in parole povere, le Due Sicilie furono ridotte alla fame. Dall' estero Austria e Francia rimasero inerti. Anche lo Stato Pontificio tagliò ogni aiuto agli insorgenti, sperando così – inutilmente - di non subire una invasione. La repressione si scatenò con ferocia. Come esempi piu' famosi di orrori subiti dalla nostra gente citiamo la strage di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento. e quella di Isernia.
A Pontelandolfo, i patrioti avevano attaccato una colonna di bersaglieri e i prigionieri furono portati in paese dove la gente infuriata li uccise. Pontelandolfo fu dato alle fiamme, quasi tutta la popolazione trovata in casa, 900 persone, donne vecchi e bambini compresi fu uccisa, nella maggior parte dei casi con colpi di baionetta.
A Isernia, una volta rioccupata, furono compiute violenze e saccheggi. Le teste dei patrioti che avevano diretto la rivolta furono tagliate e messe in gabbie che furono fotografate e appese nella piazza principale della città. Nel giro di due anni gli insorgenti saranno sterminati e al loro posto rimarranno solo banditi comuni, veri briganti.
Una recente ricerca ha fornito questi dati sulle lotte del 1860 - 1864: 154.000 morti in combattimento a cui si aggiungono 111'500 fucilati o uccisi per rappresaglia. I dati forniti dagli occupanti sono inferiori ma comunque agghiaccianti: essi parlano di 16'000 fucilati nel solo 1862, 37 paesi dati alle fiamme per rappresaglia e 40'000 senza tetto.
Gli occupanti persero ufficialmente circa 23.000 uomini. Dagli occupanti furono impiegati nella guerra 120'000 uomini regolari a cui vanno aggiunti 80'000 irregolari, i collaborazionisti della infame "guardia nazionale" e 7.500 carabinieri.i chiameremo certamente "briganti" i nostri patrioti che organizzarono la resistenza in ogni angolo della nostra terra, li chiameremo "insorgenti". Altrettanto non parleremo mai di bande ma di brigate, come si addice ai combattenti. La resistenza era gia' iniziata quando Gaeta, Messina e Civitella del Tronto ancora resistevano.
A Civitella, ad esempio, la resistenza cosi' lunga fu resa possibile dalle continue incursioni dei primi gruppi di insorgenti. L' insurrezione in grande stile comincia poco prima e subito dopo la caduta di Gaeta. Gli episodi sono talmente tanti da costringerci a trattare per sommi capi dei fatti piu' significativi.
Gia' nel 19 gennaio il capitano Giorgi, patriota Abruzzese, avvocato di Civitella del Tronto, con circa 600 uomini libero' Petrella, Tagliacozzo e infine Scurcola, dove il combattimento fu particolarmente lungo e spietato. Qualche giorno dopo il paese fu assalito dagli invasori, circondato, incendiate le case, e saccheggiato.
Tra la popolazione furono fatte fucilazioni di massa non solo di uomini ma anche di donne, anche due preti, uno dei quali tento' di evitare il massacro, furono fucilati sul posto. A fine anno 1860 si formò la brigata più importante, quella comandata da Carmine Crocco, detto Donatello, nato a Rionero in Vulture. Nella sua brigata erano figure di rilievo Nicola Summa, detto Ninco Nanco, e Filomena Pennacchio, una donna.
La brigata di Crocco aveva una cavalleria, una fanteria e c'erano anche i poveri dei poveri che combattevano con i soli coltelli e le zappe. Questa gente sfidò e vinse in più combattimenti le truppe ben addestrate ed armate degli occupanti. Il 7 e 8 aprile fu liberata Ripacandida, il successo fu tale che per due giorni in paese fu festa.
La vittoria fece accorrere ulteriori volontari e Crocco volse le truppe verso Venosa e la liberò il 10 aprile; in serata giunse addirittura un gruppo di circa 200 soldati duosiciliani con bandiere e tamburi che si unirono alla brigata. In seguito furono liberate anche Lavello e Avigliano, a due passi da Potenza. Il 12 aprile vi fu l' insurrezione di Melfi.
Di fondamentale importanza fu la battaglia nel bosco di Lagopesole dove si affrontarono la brigata di Crocco, cui si era aggiunto, come comandante, il generale spagnolo Borjes, inviato dal Re, e l' esercito d'occupazione.
La battaglia fu furiosa, alla fine gli insorgenti vinsero e si diressero a Melfi dove entrarono trionfalmente. A Melfi fu tenuta una solenne processione e vi furono due giorni di festa.
A questo punto, la situazione era favorevole ovunque agli insorgenti: in Abruzzo Luca Pastore, Nunzio Tamburrini e Croce di Tola, detto Crocitto, avevano liberato i paesi dell' altipiano delle 5 miglia e puntavano verso Castel Di Sangro per unirsi con Crocco; erano, intanto, insorti ed erano stati liberati i paesi della Majella, Carpineto, Roccascalegna, Casoli e altri. Anche a Isernia c'era stata la rivolta e la città si era liberata dagli occupanti.
Intorno a Napoli, le brigate di Chiavone e Tortora aveva attaccato addirittura Torre del Greco e liberato alcuni paesi tra cui Amalfi (22 luglio 1862).
In Puglia Domenico Romano, detto sergente, di Gioia fel Colle aveva liberato vaste zone del Foggiano, tra cui Zapponata, e con un'altra brigata aveva liberato anche parte della Terra d' Otranto. In Calabria, le popolazioni dell' Aspromonte e del Crotonese erano insorte. Cirò fu piu' volte liberata e ripresa dagli occupanti. In Sicilia, infine, era insorta Catania, Castellammare del Golfo si era liberata, a Palermo ci furono scontri tra la gente e i soldati, perfino Pantelleria riuscì a liberarsi: sull' isola la rivolta continuo' per tutto l' anno e le truppe d'occupazione sbarcate in massa per mesi non riuscirono a sconfiggere gli insorgenti.
A Torino in quel periodo si discuteva se non fosse il caso di abbandonare l' impresa e ritirarsi. Per far pendere definitivamente il conflitto dalla parte dei patrioti sarebbe bastata la liberazione di una città importante in cui instaurare il governo legittimo.
La città più indicata era Potenza dove già tutto era pronto per la battaglia campale. Purtroppo, erano ormai scoppiati insanabili dissensi tra Crocco e Borjes che, con la sua visione aristocratica era inviso ai popolani insorti, non disposti a farsi trattare come carne da cannone.
Crocco pensava di poter aspettare e ingrossare ancora le fila della guerriglia, Borjes abbandono' la Basilicata per gli Abruzzi. Fu persa una occasione unica.
Gli invasori, intanto avevano adottato una nuova strategia: servirsi di collaboratori e traditori. Il principale fu Caruso, un coraggioso capitano degli insorgenti, rivale di Crocco anche in amore. Caruso passo' dalla parte degli occupanti e per Crocco iniziarono tempi sempre piu' duri. Borjes fu fatto scoprire da traditori mentre era vicino Tagliacozzo e stava per tornare a Roma per riorganizzare una sua brigata. In Sicilia e in Puglia intervenne la marina.
Furono emanate leggi ferocissime che ammettevano la rappresaglia indiscrimimata anche su conoscenti e amici degli insorgenti. Furono requisiti i raccolti e le greggi, fu impedita la semina: in parole povere, le Due Sicilie furono ridotte alla fame. Dall' estero Austria e Francia rimasero inerti. Anche lo Stato Pontificio tagliò ogni aiuto agli insorgenti, sperando così – inutilmente - di non subire una invasione. La repressione si scatenò con ferocia. Come esempi piu' famosi di orrori subiti dalla nostra gente citiamo la strage di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento. e quella di Isernia.
A Pontelandolfo, i patrioti avevano attaccato una colonna di bersaglieri e i prigionieri furono portati in paese dove la gente infuriata li uccise. Pontelandolfo fu dato alle fiamme, quasi tutta la popolazione trovata in casa, 900 persone, donne vecchi e bambini compresi fu uccisa, nella maggior parte dei casi con colpi di baionetta.
A Isernia, una volta rioccupata, furono compiute violenze e saccheggi. Le teste dei patrioti che avevano diretto la rivolta furono tagliate e messe in gabbie che furono fotografate e appese nella piazza principale della città. Nel giro di due anni gli insorgenti saranno sterminati e al loro posto rimarranno solo banditi comuni, veri briganti.
Una recente ricerca ha fornito questi dati sulle lotte del 1860 - 1864: 154.000 morti in combattimento a cui si aggiungono 111'500 fucilati o uccisi per rappresaglia. I dati forniti dagli occupanti sono inferiori ma comunque agghiaccianti: essi parlano di 16'000 fucilati nel solo 1862, 37 paesi dati alle fiamme per rappresaglia e 40'000 senza tetto.
Gli occupanti persero ufficialmente circa 23.000 uomini. Dagli occupanti furono impiegati nella guerra 120'000 uomini regolari a cui vanno aggiunti 80'000 irregolari, i collaborazionisti della infame "guardia nazionale" e 7.500 carabinieri.
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