mercoledì 2 febbraio 2011

RISORGIMENTO E BRIGANTAGGIO

Il Dux romano come mito del condottiero delle genti, il Risorgimento frainteso di Garibaldi , il brigantaggio meridionale unica opposizione                                           -
Il sintetico resoconto che segue prende un abbrivio da volo pindarico: che c’entra Giulio Cesare con il brigantaggio meridionale? Eppure un legame esiste. Non solo perchè “tutto si tiene”, ma anche perchè un mito indistruttibile, nel mondo come in Italia, riporta alla figura fatale del “vir” che tutto risolve e inevitabilmente delude, colui che traina ma non controlla più coloro che lo avevano inizialmente seguito. Storicamente la splendida illusione non nasce con Cesare; ma egli fu romano, italiano (largamente intendendo); la sua influenza si esercitò in tutto il mondo allora conoscituo; la sua figura è stata studiata ovunque e dal suo nome derivano i sostantivi che indicano il comando, Kaiser, Zar, Scià.
E in Italia ancora si ragiona in questi termini. Così fu che, in nome del cesarismo plebiscitario, nella versione alternativa di Garibaldi o istituzionale di un re, si costruì un’ Italia mai veramente stabilizzitasi come realtà storica, politica geografica; e le antiche debolezze d’impianto rischiano oggi di farla saltare.
Nato a Roma circa nel 100 avanti Cristo, Caio Giulio Cesare vantava origini divine e nobili, anche se crebbe nella famigerata Suburra; fu avvocato e letterato, di stile pulito e traducibile, senza terrori eccessivi, dagli studenti moderni; conquistò l’Europa, strisce di Asia e Africa; ebbe mogli, figli naturali e uno adottivo, Bruto, che organizzò la congiura che lo portò alla morte nel 44 a.C; fu urbanista e inventò il giornalismo, istituendo gli “acta diurna”, sorta di gazzetta ufficiale; ebbe fama di liberale nei costumi , perdonando tradimenti coniugali e dando spazio all’avanzare di un femminino meno arcaico e matronale, e si lasciò dietro pure la nomea di bisessuale. Illuminato e crudele, innovatore e dittatore, se continuiamo di questo passo il “ma -anchismo”( preso a prestito dal romano Veltroni) rischia di obnubilarci: ci fermiamo qui.
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Come spesso accade, attualmente si saldano due contrarietà differenti e il gioco è fatto. Ci spieghiamo meglio. Oggi la Lega demonizza il Risorgimento e denigra i suoi protagonisti, Garibaldi in testa, per ottenere il sospirato federalismo che puzza di secessione. D’altro canto anche settori della sinistra che si ispirano ad Antonio Gramsci e meridionalisti convinti, che tengono ben saldo il legame con statisti come Francesco Saverio Nitti e Giustino Fortunato, rimangono ostili ai peana all’eroe dei due mondi, ai Savoia e al nord “sfruttatore”, arrivando a rimpiangere l’organizzazione borbonica : il diretto discendente di questa casata oggi prosegue nel muro contro muro avverso la ex casa regnante italiana; d’altronde quest’ultima, con i comportamenti di Vittorio Emanuele IV ed Emanuele Filiberto, sembra fare di tutto per dargli ragione. Né le gesta dell’ultimo re in attività, Vittorio Emanuele III, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, contribuiscono alla sua buona reputazione.
Così succede che le celebrazioni per il 150 ° anniversario dell’Unità d’Italia nascano male, tra l’indifferenza e il rancore mai sopito, con il sovrappeso di una parte politica che strumentalizza a dovere.
Nostra intenzione non è difendere l’operato di nessuno; certo sarebbe interessante sapere se costoro sono contrari all’idea di stato nazionale; oppure, se cercano di distruggere l’Italia perché hanno in mente dell’altro.
Nel caso della Lega, questo obiettivo è piuttosto chiaro (con la complicità di un premier che spalleggia in nome dei suoi interessi, dall’alto della sua Brianza quasi svizzera); nel caso dei meridional/meridionalisti, ci si chiede se hanno consapevolezza di partecipare a un gioco al massacro che, ove riuscisse, li porterebbe dritti nelle fauci delle mafie e a competere con Malta e Cipro nella risicata fetta di economia da secondo mondo che nel Mediterraneo è l’unica alternativa possibile. Per carità, nulla è vietato, né è detto che si debba sempre sedere al tavolo della vorace finanza angloamericana da una parte e teutonica dall’altra, tutta quanta, ora, insidiata dai cinesi: ma tornare indietro comporta rischi altissimi.
Ci occupiamo innanzitutto di Peppino Garibaldi, con l’ovvia considerazione che uguale discredito accompagna gli altri ex “eroi” dell’Indipendenza, Camillo Benso Conte di Cavour e Giuseppe Mazzini: il primo considerato un furbo “piemunteise”, un’astuta versione a mezzo tra Mazzarino e Richelieu, incaricato dai Savoia di incamerare e sfruttare il Mezzogiorno; il secondo un dandy genovese, un radical chic, in redingote, che a tempo perso e con i soldi di mammà giocava al rivoluzionario, fondando organizzazioni terroristiche – che tali erano considerati da molti, allora, queste aggregazioni tipo Giovine Italia e Giovine Europa. Si sa: tra eroismo e delinquenza, il confine è labile, dipende dalla convenienza di chi regge le fila.
Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza, 4 luglio 1807, è … già, chi è? Fino a ieri non avevamo quasi dubbi.
Se ben disposti nei suoi confronti, come succedeva quando si studiavano i primi rudimenti di storia alle elementari, nei primi decenni del dopoguerra, lo si considera un condottiero, uno dei padri della patria. Se viceversa si ritiene quello dell’unità d’Italia uno sciagurato progetto, egli diviene un avventuriero donnaiolo e corsaro: poco meno di un teppista, insomma, aizzato dai compari suddetti, Mazzini, Cavour, più re Vittorio Emanule Secondo, che si incaponirono con la faccenda del Risorgimento.
E’ impossibile, anche per i più giovani, non conoscerlo, non foss’altro per i monumenti a lui dedicati un po’ in tutte le piazze d’Italia; quasi ovunque vi è un’importante arteria con il suo nome; inoltre , poichè la sua attività si è dispiegata tra Europa e Sudamerica, è noto come l’Eroe dei due Mondi: troppo, per una sola vita.
Nizza, nel 1807 era francese, ma lo rimase per poco; tornò all’Italia, o meglio al Regno di Sardegnache ne era il nucleo originario, dopo il congresso di Vienna del 1815, per poi essere restituita nel 1860, dopo l’Unità: un guazzabuglio come altri, che fa riflettere sulle tanto conclamate identità nazionali. Infatti il nostro non interiorizzò un’appartenenza precisa e questo probabilmente facilitò la sua adesione all’idea di essere un cittadino del mondo.
Questo aspetto del personaggio non è mai stato scandagliato, per evidenti ragioni: non serve, è pericoloso. Ma forse era l’unico suo scopo, fallito su tutta la linea: convertire gli abitanti del pianeta alla cittadinanza globale. Illuso ma non illusionista quanto sarebbe servito, ha venduto, inconsapevolmente, i suoi ideali a chi ne fece l’uso che meglio credeva.
Una identità c’era, né egli l’avrebbe mai rinnegata (le cose forti non si sbandierano, le porti con te senza clamore): Giuseppe era un ligure doc, discendendo da padre chiavarese, capitano di lungo corso, e madre di Loano. Era in compagnia di tre fratelli, uno maggiore, due più piccoli.
Il buongiorno si vede dal mattino e dunque Giuse, vivace e scapicollo, non volle studiare, anzì tentò vari ammutinamenti, ricondotto alla ragione solo da un istitutore privato di cui apprezzò soprattutto gli insegnamenti di storia romana (rieccola). Amava l’avventura, non avrebbe fatto il leguleio o il dottore come volevano in famiglia. A Genova si imbarcò da mozzo, finendo, come prima destinazione, e poi di nuovo in seguito, dalle parti del Mar Nero. Poi capitò a Istanbul dove, grazie alla storica presenza genovese, sbarcò il lunario addirittura come insegnante di lingue. Queste traversate non erano mai tranquille: gli assalti corsari erano frequenti e il giovane dovette sostenere scaramucce e buscarsi delle ferite, ma non se ne spaventò e ne riportò il titolo di capitano.
Pare che il soggetto fosse nato con il diavolo in corpo e destinato a piantar grane in giro. Tuttavia non dovette essere ininfluente aver trovato, in navigazione e nel vicino oriente, profughi e seguaci di filosofie umanistico rivoluzionarie (Saint Simon) che lo sensibilizzarono sulla necessità della liberazione degli oppressi e sul concetto della terra come patria comune. L’incontro con un mazziniano canalizzò le sue energie irredentiste nel progetto “Italia” e la sorte fu segnata. Quasi certamente incontrò Mazzini stesso, durante l’esilio di questi a Londra. Il genovese, portatore di una versione intellettuale dell’impresa risorgimentale e gravato dall’accusa di aver dato alla stessa l’impronta massone da cui proveniva, aveva trovato il braccio operativo.
Senza voler imprimere un tono troppo disinvolto all’intepretazione dei fatti, nemmeno si può negare che Garibaldi fu considerato all’epoca un agitatore. In Marina, dove si era arruolato, diffondeva idee eversive con uno pseudonimo preso a prestito dalla guerriglia dell’antica Tebe, tanto da essere spostato di forza su un’altra nave regia; fuggito, risultò disertore e fu inseguito dalla condanna alla pena capitale.
Sempre ricorrendo a nomignoli , inventati, o di personaggi che emulava per le azioni finalizzate alla causa, gironzolò tra la Francia, il Mar Nero e la Tunisia(ricettacolo di fuggitivi ricercati), aderì alla Giovine Europa, sorella matura della Giovine Italia mazziniana; infine, nel 1935, riparò in Sud America, dove i fermenti indipendentisti rappresentavano un ghiotto nutrimento alle sue idee e ispirazione per le azioni future. Da un’altra angolazione, si potrebbe insinuare che facesse il gioco dei neonati Stati Uniti, che miravano a cacciare Spagna e Portogallo e scorrazzare indisturbati per le fertili terre del Sudamerica, ricche pure di materie prime, con l’alibi della “dottrina Monroe” ( secondo cui gli USA, neofondati, non dovevano interferire con le politiche di altri stati, ma, aggiungiamo noi, solo esercitarvi un’influenza economico politica).
Naturalmente lottò con i separatisti contro l’esercito imperiale brasiliano e in Uruguay contro gli argentini, inaugurando la tenuta delle camicie rosse e trovando qui anche il tempo di impalmare, dopo un reciproco colpo di fulmine, Ana Maria de Jesus Ribeiro, detta Anita.
La devota moglie gli diede quattro figli, di cui sopravvissero i tre maschi, condividendo con lui una vita avventurosa e tribolata, trascorsa quasi tutta a cavalcare per quegli immensi territori; finchè, dopo la decisione di tornare in Italia, lui spedì tutti a Nizza dalla propria famiglia e si tenne libero per gli ultimi affondi in patria. Si presentò al re di allora. Carlo Alberto, spaventato all’idea di incontrare un sovversivo, non lo ricevette; ma il giovanotto era pieno di zelo e buona volontà e diede una mano ugualmente, in giro, a supportare la prima guerra di indipendenza prima; poi, quando le cose sembravano mettersi male,a difendere la repubblica a Roma, per cacciare l’ultimo “papa – re” fintosi liberale, Pio IX, mentre i franco napoletani uniti ce lo volevano ancora tenere.
In quel momento l’irredentismo, il risorgimento, parevano illusioni destinate a tornare nel mondo dei sogni, la reazione aveva la meglio. L’Italia che stava per venire alla luce forse era destinata a non vederli, stretta nella morsa di austriaci , francesi, borbone partenopei e Stato della Chiesa. Il 1948 segnò la prima fase della strada per l’unità , ancora fumosa e incerta.
Peppino fuggì con Anita verso Venezia che, (allora come oggi), sembrava tenere botta contro le pressioni mitteleuropee, ma la faccenda fu così dura che rimase conosciuta come “la trafila” , durante la quale, era il 1849, Anita morì, incinta, nelle paludi di Comacchio; il suo compagno dovette lasciarvela, per salvarsi.
Giuseppe, sconvolto per aver dovuto abbandonare le spoglie dell’amata, non ebbe pace; peregrinò, indesiderato, tra Granducato di Toscana, Liguria, Tunisia, la Maddalena e Gibilterra, anticipando l’itinerario delle moderne crociere, fino a trovare momentaneo asilo a Tangeri ( bontà dell’ambasciatore piemontese), dove però non restò a lungo; pochi mesi e s’imbarcò per New York ( lavorò alla fabbrica di candele di Antonio Meucci) e poi di nuovo verso il Sudamerica (Perù), dove trovò lavoro come capitano di lungo corso, l’attività che forse avrebbe dovuto seguire dall’inizio, se non avesse scelto l’eterno arrembaggio.
Cinquantenne, con qualche soldo in tasca e di nuovo inquieto, mise su una fattoria nella amata Sardegna, avendo in precedenza apprezzato il soggiorno a Caprera. Sembrava aver trovato pace, novello Cincinnato, come agricoltore e allevatore. Ma non poteva durare.
Il fascinoso capitano di se stesso cedette alle lusinghe di una nuova sfida e spopolò dal nord verso l’Italia centrale, sfondando lo Stato della Chiesa nelle Marche; gli ordini del re (Vittorio Emanuele Terzo) però erano stati diversi e questa tracimazione gli costò un altro siluramento.
Il tira e molla non era finito e pensarono a lui per il sud. Eccoci al 1860, ai Mille, alla partenza da Genova Quarto. Nell’onda dell’entusiamo, sbarcato con successo conducendo per il mare il “Piemonte” e il “Lombardo”, carichi dei suoi prodi, proclamò se stesso capo assoluto della Sicilia e Vittorio Emanuele re d’Italia. Trovò l’appoggio sornione di nobili annoiati e picciotti esaltati (ci ricorda qualcosa, oggi, nel nord veneto e serenissimo o nelle valli seriane e brembane, dove i fucili, secondo l’umore di un certo senatùr, son pronti a sparare). Travolse l’esercito borbonico, arruolò carcerati che aveva liberato e, a furia di patti e promesse, con l’aiuto di Bixio e qualche esecuzione sommaria di reclacitranti, da Palermo risalì a Napoli (ferito alla famosa gamba in Calabria, dall’esercito regolare). Le camicie rosse lo tallonavano prendendo possesso del sud e annientando “Franceschiello” II nella battaglia del Volturno.
Seguirono un riposo a Capua (ozi di Capua seconda parte, dopo 2000 anni), in attesa di rinforzi: i garibaldini erano esausti. Arrivò il re, a Teano i cavalli si incontrarono e Garibaldi consegnò il nuovo pezzo d’Italia al sovrano (tale per merito suo) senza nulla chiedere in cambio (che tanto non gli sarebbe stato dato, benché formalmente offerto).
Restava da conquistare Roma, vero obiettivo del monarca, ma Garibaldi non vi riuscì; i francesi facevano quadrato attorno al pontefice (sempre laici per sé ma pronti a sostenere gli ayatollah del resto del mondo) e il Savoia dovette organizzarsi per conto suo. Ma questa, come si dice , è un’altra storia. Come altra ancora è quella della proposta che gli arrivò dalla nascente Federazione USA, di combattere nella guerra di secessione; l’eroe lasciò cadere, in mancanza di assicurazioni sull’abolizione della schiavitù e perché interessato alle vicende italiane, che non poteva perdere di vista: così Lincoln si perse un condottiero e noi la possibilità di diventare il cinquantaduesimo stato americano.
Seguì la terza guerra d’indipendenza, cui il nostro non si sottrasse; la direzione era il nord est italiano; sul più bello Garibaldi fu fermato e dovette pronunziare lo storico “obbedisco”. Seguì un suo impegno nel parlamento francese, che però lo allontanò perché troppo radicale , poi l’impegno anticlericale, l’interesse per il socialismo, la battaglia per il diritto di voto.
Assistito dalla seconda compagna e altri figlioli nati dall’unione, morì a Caprera nel 1882, praticamente autoesiliato – e in ogni caso indesiderato altrove.
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Guardia Nazionale, Regi Carabinieri, Bersaglieri fucilarono migliaia di briganti. Spesso si facevano fotografare con le loro «prede» dagli occhi sbarrati. I corpi senza vita, anche di brigantesse (come Michelina De Cesare che fu esposta nuda; si vedano le foto in questa pagina), venivano sistematicamente mostrati nelle piazze, come monito. Fu vera guerra. Guerra fratricida. Così si «fece» l’Italia.
Guardia Nazionale, Regi Carabinieri e Bersaglieri fucilarono migliaia di briganti. Spesso si facevano fotografare con le loro «prede» dagli occhi sbarrati. I corpi senza vita, anche di brigantesse (come Michelina De Cesare che fu esposta nuda), venivano mostrati nelle piazze, come monito. Fu vera guerra. Guerra fratricida. Così si «fece» l’Italia.


 
Per parlare di brigantaggio torniamo alla Roma amtica.
Infatti tracce se ne trovano negli annali, circa il secondo secolo A.C.; e Cesare stesso dovette occuparsene.
Il medio Evo ne vide l’imperversare, e va detto che il fenomeno riguardò tutta la penisola.Cosa troviamo? Di tutto in effetti.
La pletora consisteva di individui provenienti da ceti poveri, ma non ne disdegnavano l’accosto anche nobili anticonformisti, come Ghino di Tacco.
Spesso queste bande grassavano sugli strati sociali miserabili da cui essi stessi provenivano, con scorribande, ladrerie, violenze; a volte erano animati da buone intenzioni; talora erano scarti della buona società, incappati in disavventure (preti spretati, nobili decaduti); spesso venivano usati da poteri che cercavano di lottare per non soccombere (i Lorena in Toscana, i Borboni al sud).
Alcune figure erano leggendarie ( Pelloni in Romagna, Musolino in Calabria). Nel sud si contano anche presenze femminili (le “brigantesse“).
Chissà se bande moderne dedite a rapine e violenze o addirittura aggregazioni terroristiche organizzate non vi si siano ispirate: i Cavallero e i Vallanzasca, la Magliana, i Maniero, per la prima specie; sottomarche delle Brigate Rosse nella seconda.
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L’epopea di Garibaldi è degna di un film, contiene aspetti romantici che lo saldano a un Che Guevara ante litteram e finisce per attirare l’attenzione sulla persona; noi adesso puntiamo in direzione delle speranze che alimentò sotto Roma.
Come si accennava, i revisionismi attuali non disdegnano veri e propri insulti, cosicchè ci si muove su un terreno infido. Ormai l’ex eroe è demonizzato da più parti, non per sua colpa: figurarsi quanto può interessare colpire una simile figura, peraltro già abbastanza detestata da borghesi e baciapile; si tratta di ideologia e vorremmo starne alla larga.
Veniamo al nostro amato Sud. Discorso a parte per la Sardegna, risucchiata dal Piemonte con la sua cultura maura/catalana, la sua natura selvaggia e i riti ancestrali relativamente poco toccati dall’invasione dell’Agha Khan prima e del duo Berlusconi/ Putin dopo, abbiamo visioni in chiaroscuro delle altre regioni:
la Sicilia del Verga. Gli sconfitti, i perdenti sempre, che nulla possiedono se non un piccolo potente locale per rivendicare i loro diritti: cosicché è emigrazione o sottomissione, e il dramma proseguirà tra guerre, banditismi interessati alla Giuliano ed esportazione dei padrini oltreoceano.
Ci fu, è vero, il momento della speranza, infiammata al tempo dei Mille, ma presto si capì che, a parte una ferrea organizzazione statuale, poco di più il regno avrebbe fatto per la Trinacria: l’amministrazione locale era lasciata a se stessa e gestita mediante prebende dal signoraggio locale, traformato in classe politica.
la Calabria, estrema punta continentale, sede recente di stabilimenti divenuti noti come “cattedrali del deserto”, abbandonati insieme alle loro scorie; e delle cui contrade si conservano immagini di povertà estrema fino a diversi decenni dopo la seconda guerra mondiale, miseria che si fa paradigma nel nome di un famoso paese, Africo, e di una scuola immortalata con i suoi alunni laceri.
la Puglia grecizzante e sterminata, opulenta ma secca, in rincorsa d’acqua, ottenuta con l’acquedotto del Sele ma pure sottraendola a chi l’aveva; l’unica regione sfuggita alle iconografie di donne nere, lì batte implacabile il sole e ci si veste di chiaro, ma in fondo non c’è molta differenza con il resto del Mezzogiorno, ed emigrare resta una buona alternativa.
la Campania turbolenta di antica Grecia e Masanielli, di sole e mare e festival, dove la bella gente non perde di energia, ma il territorio muore.
Abruzzo e Molise prima fratelli e poi divisi, stretti tra la cultura meridionale e la trazione romana che ne ha salvato in parte le sorti, ma se viene un terremoto, si torna al Belice o all’Irpinia.
E infine, la piccola ma non tanto Basilicata, di cui tratteremo in particolare, con riguardo all’opposizione ai moti risorgimentali e al brigantaggio. Prima una presentazione, però, di quella che fu, e per molti ritorna ad essere, la Lucania.
Lucus, luce o lupo? L’origine del nome è già controversa, come d’altronde quella dell’Italia (terra dei vitelli o terra del tramonto?). Le origini si perdono nella notte dei tempi, greci e romani vi hanno imperversato e lasciato cospicue tracce, Pitagora e Metaponto; poi i Longobardi a Venosa (non erano solo a Mantova e dintorni, con buona pace di Gianni Brera).
E i normanni. Federico Secondo la amò, vi stabilì quartier generale con castelli a Lagopesole e Melfi, qui uscirono le tavole melfitane, la nostra Magna Cartha italiana ignorata per secoli, con il fido Pier Delle Vigne, che, sospettato di tradimento, si uccise, immortalato da Dante.
Seguirono secoli bui, sotto i padroni di turno, e spagnoli o francesi, davvero il detto si capovolge: Franza o Spagna, mai se magna, nemmeno il minimo indispensabile per sopravvivere. Parliamo al presente, è durata fino all’ultima guerra.
La malaria falcidia i piccoli, i possidenti si interessano solo dei ricavi attraverso i crudeli “soprastanti”, i fattori che controllano dalle loro cavalcature: sono del posto, gli uni e gli altri, ma a volte di regioni limitrofe: sud contro sud, come piccoli regni africani. E i contadini non hanno di che pagare l’affitto della terra, sono carichi di debiti e vivono aspettando la morte.
Così si arriva all’ottocento e alla speranza risorgimentale. Rimase delusa, si dice. Emersero le figure dei briganti: un ex militare borbonico, Carmine Crocco, o il famoso Ninco Nanco; gente feroce, che scorrazzava a cavallo, seguiti dalle pasionarie compagne e i figli e i fedelissimi.
“Per le plebi meridionali il brigante fu assai spesso il vendicatore e il benefattore: qualche volta fu la giustizia stessa. Le rivolte dei briganti, coscienti o incoscienti, nel maggior numero dei casi ebbero il carattere di vere e selvagge rivolte proletarie. Ciò spiega quello che ad altri e a me e accaduto tante volte di constatare; il popolo delle campagne meridionali non conosce assai spesso nemmeno i nomi dei fondatori dell’unità italiana, ma ricorda con ammirazione i nomi dell’abate Cesare e di Angelo Duca e dei loro più recenti imitatori”. Francesco Saverio Nitti
Se piace pensare che il brigantaggio sia stato una reazione allo sfruttamento savoiardo del sud, lasciamo senz’altro via libera a queste vie interpretative, perché c’è molta verità. Nulla cambiò. Lo apprendiamo dalla poesia in prosa di Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli” o dalle narrazioni dell’attività del poeta e attivista socialista prematuramente scomparso , originario di Tricarico, Rocco Scotellaro (cfr L’Uva puttanella).
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Latifondismo era e rimase; non si erano mai pagate tasse, si dovette iniziare; i privilegi ecclesiatici furono colpiti non per redistribuire ricchezza, ma per rivenderli alle oligarchie che si erano schierate con i nuovi occupanti piemontesi; venne istituita una lunga leva obbligatoria.
Dunque le masse simpatizzarono per i rivoltosi in mantello e cappellaccio, anch’essi però manovrati daFrancesco II.
Si pensa forse ad un entusiasmo contadino? Si sbaglia. Opere più moderne come i films ( cfr “I Basilischi“, Lina Wertmuller, 1962; stesso anno, “Anni facili” di Luigi Zampa,) mostrano una Basilicata scettica, distante, disillusa ancor prima di cominciare.
Parliamo dei territori più cupi o infertili, quelli dove il brigantaggio era reso possibile dalla natura boschiva o dove le argille impietose non permettevano che scarsi raccolti di mera sussistenza e la rabbia montava.
Esiste una Lucania gioiosa e pre marina, o marinara, dove l’aria del mediteraneo si allunga e allarga i cuori, ma lo spirito del tempo era quello che descriviamo: una plebe oppressa e sarcastica.
Del fenomeno si sono occupati storici di tutto il mondo, Carmine Crocco venne accostato a Robin Hood. In qualche caso l’ansito genuinamente rivendicativo esisteva, in altri si trattava di cosche di delinquenti comuni; ciò offrì il destro al nuovo governo per repressioni ed eccidi; il tessuto locale di borghi e masserie spesso decadde o fu direttamente distrutto per la repressione, frutto di leggi speciali (ricordate, a cicli lo chiamano terrorismo); la frattura definitiva fra sud e nord fu consumata.
Ci penserà la grande industria di stato a richiamare i fratelli meridionali nelle fabbriche del nord, ma la “meglio gioventù”, già falcidiata dalle convocazione della grande guerra, prenderà il volo.
L’hanno chiamata “questione meridionale”: è una questione nemmeno irrisolta, piuttosto neppure affrontata.
Mussolini fece , sì, bonificare terre e costruire edifici in gloria del nuovo regime, ma poco cambierà, fino all’avvento dei benefici da piano Marshall, che hanno lasciato la moderna “Basilicata” terra di sfruttamento: attualmente, delle compagnie petrolifere, o delle ditte che vi gettano scorie nucleari (vedasi rivolte di Scanzano; o su FB, gruppi sorti a difesa del territorio), il nuovo business per il sud del Mondo, che comincia sotto Roma, prima che in Africa.
Nulla resta della vocazione meridionale: agricoltura – ora in mano ai caporalati che sfruttano l’immigrazione per produrre in quota UE senza che una Lega sud difenda il prodotto; il turismo – non c’è competizione con posti come Grecia e Spagna, che ne hanno fatto business conclamato; né le nuove energie – vedasi lo scandalo dell’eolico in Calabria.
Tutto cambia perché tutto resti come prima, per dirla alla Fabrizio Salina: sotto gli occhi ciechi dei castelli e delle abbazie, tra paesaggi naturali mozzafiato che molti non conosceranno mai.
Poteva riuscire una rivoluzione dal basso? Il potente può essere sconfitto solo da chi lo è di più: e quest’ultimo ha le sue ragioni, che quasi mai coincidono con quelle del popolo.
Ma dal film del 2010 “Basilicata Coast to Coast” emerge un altro spaccato: quello di una tradizione di brigantaggio visto come una “ribellione senza causa”, tenuta viva dalla popolazione locale che lo rappresenta nelle feste e sui palchi delle commedie al’aperto; e forse ci suggerisce che il nostro Sud era destinato a farsi anima libera e non terreno di conquista.
 150° Unità d'Italia

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