venerdì 4 marzo 2011

Si fa presto a dire Briganti

Briganti

Crediamo sia corretto fornire, prima di cominciare, la bibliografia minima ed essenziale sulla quale abbiamo costruito questa breve analisi.
Si parte dal grande Eric Hobsbawm e i suoi volumi I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale e I Banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna, si prosegue con tutte le opere di Nicola Zitara, per andare ad Antonio Ciano e al suo I Savoia e il massacro del Sud, a Lorenzo Del Boca con Maledetti Savoia Indietro Savoia, per finire con Sud di Marcello Veneziani, Terronidi Pino Aprile, Il sangue del Sud di Giordano Bruno Guerri e, soprattutto, Il Sud e l’unità d’Italia di Giuseppe Ressa, il testo più completo ed equilibrato, che offre una mole bibliografica impressionante ed è consultabile e scaricabile anche sul web. Sul web sono anche consultabili numerose riviste specialistiche alla voce “brigantaggio”.

Partiamo da una domanda: è possibile etichettare così, semplicemente, "terra di briganti" il più antico Stato moderno d’Europa, risalente ai Normanni e durato più di 730 anni, sia pure con una storia tormentata tra Sicilia e parte continentale (tormenti, del resto, non dissimili da quelli patiti in Francia, Gran Bretagna, Austria e Russia).
Lo Stato, giusto per fare qualche esempio alla rinfusa dal Medioevo in poi, di Tommaso d’Aquino (non ci si meravigli della sua meridionalità, Roccasecca, che era nella Terra di Lavoro del Regno di Napoli , poi diventato Regno delle Due Sicilie, fu annessa alla Provincia di Frosinone solo nel 1927. Inoltre gli Aquino avevano i loro maggiori feudi in Calabria);
Possiamo, dunque pensare che lo Stato di Telesio, insomma, di Bruno e Campanella, di Luigi Lilio e Leonardo Vinci, dei fratelli Simonetta, di Vico, Filangieri, Genovesi, Pagano, Giannone e Galluppi, dei Gagini, di Antonello da Messina, di Mattia Preti, dei grandi architetti e scrittori siciliani, per non parlare di Croce, Gentile e tanti tanti altri, sia stato, così, semplicemente, una terra di briganti?
Una terra che vantava quattro università (Napoli, Messina, Palermo e Bari) che, in affetti erano cinque se si considera la prima università europea, quella medica di Salerno (Hippocratica civitas), che proprio tra il X e il XIII secolo, con la nascita cioè del Regno meridionale, raggiunge il massimo splendore.
Negli altri Stati vi erano una o al massimo due università, quando nessuna. Sembra però a sedicenti storici che tali splendide università del Sud fossero frequentate da gente che veniva dalla luna o da marte perché nel regno vi era il deserto culturale, visto che si continua a dire che l’alfabetizzazione nel Meridione oscillava tra il 3 e il 4/%.
Queste sono ridicole statistiche postume, basate su dati ufficiali postumi e laici, perché, in effetti, l’alfabetizzazione era di gran lunga superiore alle medie settentrionali in quanto le scuole erano in mano alla Chiesa e come tali riconosciute, ma non statisticamente rilevate.
Quindi le università avevano gente a iosa per essere frequentate e non privilegio di quattro gatti. Inoltre, siccome non vi era obbligo di iscrizione, neanche le università in questione avevano statistiche di frequenza.
Come avranno fatto allora i nostri pseudo storici a quantificare l’alfabetizzazione del Meridione resta un mistero gaudioso, visto, oltretutto, che mediamente all’epoca e fin al ‘900 inoltrato conosceva l’italiano e sapeva leggere e scrivere solo il 2-3% della popolazione italiana. Come si spiega ciò con la presunta alfabetizzazione del 50-60% degli Stati del Nord?

Il termine briganti, che è un francesismo dell’epoca napoleonica, viene usato per designare ribellione sociale già ai tempi dell’antica Roma col nome di sicari o di latrones. In quest’ultimo senso, come fenomeno sociale, si spiegano i 7.000 giustiziati
da Lucio Postumio Tempano nel 185 a. C., o la “Lex Cornelia de sicariis” del’81 a. C. e le numerose deportazioni, perfino di Ebrei, 4.000 in Sardegna, da Parte di Tiberio, e perfino di Cesare e Augusto.
Più tardi si preferirono denominazioni come banditi e fuorbanditi. Ma oggi, scrive G. Bruno Guerri, li chiameremmo “terroristi” o “partigiani”; oppure, come fa la rivista Lankelot, “guerriglieri”.

Sempre per motivi prevalentemente sociali, in età medievale il brigantaggio si sviluppò in particolar modo nell'Italia centro settentrionale e non meridionale.
Si formarono bande composte da contadini, da avversari politici, preti, mercenari o persone agiate che venivano cacciati dalla loro residenza per subire la confisca dei loro patrimoni.
Basta citare i nomi di Ghino di Tacco in Toscana; di Marco Sciarra in Abbruzzo; di Alfonso Piccolomini in Umbra, Marche Lazio e Romagna. Nell’età moderna, abbiamo in Romagna il famoso “Passator cortese”, Stefano Pelloni, reso universale da Pascoli, insieme a Tommaso Rinaldini e Antonio Cola; abbiamo Antonio Gasbarrone, che si muoveva tra il Lazio e la Lombardia; nell’Appennino modenese, spadroneggiava Domenico Amorotto e nella Repubblica di Venezia Giovanni Beatrici (“Zanzannù”); mentre in Lombardia imperversava Giacomo Carciocchi. In Piemonte e Liguria correvano le compagnie di Giuseppe Mayno e del Nazzola.
Johann Jacob Ferber scriveva che ne “l’ultimo tratto di viaggio attraverso Bergamo e Brescia ci sono briganti al Nord come al Sud e chi voglia intraprendere il viaggio deve munirsi di due robuste pistole”, brigantaggio che anticipa quello meridionale, ed era alimentato dagli oppositori politici e in parte dalla coscrizione obbligatoria.
Del Meridione penso che siano abbastanza noti i nomi dei briganti, ormai chiamiamoli così, i quali appartenevano alle medesime categorie sociali del nord con l’aggiunta di militari dell’esercito borbonico, e quindi possiamo precisare che del campano Angelo Duca (“Angiolillo”) Benedetto Croce ne dava una nobile interpretazione, di un Robin Hood, mentre Pasquale Fortunato e il grande storico Hobsbawm hanno abbondantemente insegnato che il brigantaggio ha un’origine sociale e combatteva, sia pure a modo suo, per il riscatto sociale. Basti pensare ai fratelli Capezzoli, briganti che si allearono con la Carboneria e parteciparono ai moti costituzionali cilentani sia del 1828 sia del 1848.

Insomma, il brigantaggio meridionale fu un fenomeno delinquenziale o no? E no che non lo fu.
Di fatto, non si può neanche parlare di malavita se si pon mente ad alcune questioni quali la mancata applicazione della divisione delle terre come invece promesso dal Proclama palermitano di Garibaldi del 1860; alla coscrizione obbligatoria e l’aumento forsennato delle tasse; ai licenziamenti; all’improvviso impoverimento; alla rapina delle risorse finanziarie .
 «Infatti (citiamo da Carlo Dotto de Dauli) appena dopo il passaggio di Garibaldi, i comitati liberali composti dai ricchi borghesi e dai massoni, ferventi “unitaristi”, s’impossessarono delle amministrazioni comunali e delle relative casse, misero mano ai documenti relativi alle assegnazioni degli usi civici, ne delinearono la consistenza e li misero all’asta; fu così che il patrimonio rurale passò velocemente nelle loro tasche; ai contadini rimasero due possibilità, come disse Giustino Fortunato, “o brigante o emigrante”».

Per ottenere l’asservimento del Sud e vincerne la resistenza furono promulgate la legge marziale e lo stato d’assedio, tipici di una guerra e non di una lotta alla delinquenza, con l’impiego tra i 120.000 e i 215.000 soldati.
Furono trucidati 226.378 briganti e sostenitori (G. Ressa), altre fonti (su “lametropolisi.it”) parlano di 1.000.000 di morti, se si considerano, oltre ai sostenitori, anche le popolazioni coinvolte (le cifre oscillano perché, come risulta dall’ Archivio Ufficiale Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, molti documenti e testimonianze ufficiali furono bruciati e distrutte e bisogna ricorrere alla letteratura e ad altre testimonianze per avvicinarsi alla verità).
Furono distrutti 54 paesi e si diede luogo a stupri, violenze inaudite, processi sommari e fucilazioni. La fortezza di Fenestrelle in Piemonte fu paragonata ai lager nazisti; addirittura, già nel 1862, il governo piemontese chiese al governo portoghese la disponibilità di un’isola disabitata per la deportazione dei prigionieri politici.
Scrisse Antonio Gramsci su “Ordine Nuovo” del 1920 «Lo stato italiano [leggasi sabaudo] è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».

Conferma Giordano Bruno Guerri, sulla scorta di Zitara, che “Il Sud è trattato come una colonia da educare e sfruttare”, perché “sullo sfondo, ribadisce insieme ad altri la rivista lametropolis, c’è pure una storia di debiti di guerra (Cavour ne fece tre in 10 anni!) …
Il Piemonte era indebitato con Francia e Inghilterra e il regno borbonico rappresentava una vera e propria miniera d’oro per la borghesia espansionistica piemontese e per gli affaristi internazionali. Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie (500 milioni contro i 100 dei piemontesi) avrebbero permesso di stampare carta moneta per circa 3 miliardi, una vera e propria manna …”.
Riporta lo storico O’ Clery (in G. Ressa) che nel dibattito al Parlamento inglese nella seduta dell’8 maggio 1863, insieme agli oratori di varie correnti politiche, compreso Disraeli, che paragonavano il brigantaggio ad una guerra civile e protestavano contro il massacro, Lord Henry Lennox, reduce dal viaggio nelle antiche province napoletane, dichiarò: “Sento il debito di protestare contro questo sistema … Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra – deve più a questa che non a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vittoriosi della Francia – e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbarie e atrocità, e protesto contro l’egida della libera Inghilterra così prostituita”.
Napoleone III scriveva al generale Fleury “Ho scritto a Torino le mie rimostranze … gli atti più colpevoli e indegni sono considerati normali espedienti … un generale ha decretato che siano fucilati tutti coloro che [andando al lavoro] sono trovati in possesso di un pezzo di pane …”. Il deputato Minervini precisava che “Si sono condannati a morte i minori arrestati … si sono passati per le armi individui non punibili per brigantaggio … si sono condannati ai ferri a vita tante donne … le figlie minori di 12 anni a 10 e 15 anni di pena”.

Ma, insomma, come riuscirono mille persone a conquistare i Sud?
A rispondere “Non si tratta, diremmo con Guerri, di denigrare il Risorgimento [o di pensare chissà a quale separatismo, come invece auspicava Zitara], bensì di mettere in una luce obiettiva, per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e domani”, di restituire la memoria ad una pur grande nazione.
Per rispondere, però, bisogna rifarsi all’appoggio del Piemonte, che ben prima della spedizione dei Mille, fomentava e foraggiava con armi e altre iniziative sia le spinte rivoluzionar-costituzionali sia quelle reazionarie dei baroni, specialmente siciliani.
Quando sulla scorta degli Accordi di Plombières del 1858 (l’unità di tre, quattro Stati autonomi), a fine gennaio ’59, Cavour aveva fatto pervenire a Francesco II un messaggio di Vittorio Emanuele II per accordarsi tra loro per l’indipendenza dell’Italia, ciascuno nella sua autonomia, invito reiterato in aprile, da parte di Francesco II non arrivò nessuna risposta affermativa.
Tuttavia, quando Francesco aderirà alla proposta, i Piemontesi si ritireranno come avevano fatto nel 1847 per l’unione doganale, e getteranno la maschera, invadendo il Regno.
Ma non ci sarebbe stato successo se non fosse stato, come già sentito con lord Lennox, l’aiuto dell’Inghilterra (episodio, per esempio, di Marsala), nonché della nobiltà e dei latifondisti siciliani, i quali mai avevano digerito lo spostamento della capitale da Palermo a Napoli e l’affermazione dell’assolutismo di Ferdinando II, che, di fatto, portava all’eversione della feudalità e spingeva i nobili ad appoggiare qualsiasi iniziativa antiborbonica e indipendentista, e Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II promettevano, sapendo di mentire, almeno l’autonomia siciliana.
Non vanno dimenticati gli ufficiali borbonici corrotti. Al proposito basta ricordare il generale Landi, il quale, sconfitti i garibaldini a Calatafimi, invece di dare l’assalto definitivo, ordinò, tra lo sconcerto delle truppe e dei vari attendenti, la ritirata, avendogli Garibaldi promesso latifondi e un cospicuo assegno in milioni di euro di oggi.

Si aggiunse, infine, l’anacronistica difesa dell’assolutismo da parte di Francesco II, che, everteva sì la feudalità, ma spaccava irrimediabilmente in due la nazione tra sanfedisti e costituzionalisti, e lasciava insoddisfatte le aspettative popolari. Quando Francesco II si decise per la costituzione e l’alleanza col Piemonte, era già troppo tardi. La Francia fece il resto.
Dunque, fu una conquista. Ma era davvero povero e miserabile il Regno delle Due Sicilie? Mai menzogna fu così accuratamente coltivata, specie, come direbbe Gramsci, da storici e intellettuali salariati. Si rimanda per i dati al proposito
soprattutto a Giuseppe Ressa e al suo Il Sud e l’Unità d’Italia, alle opere di Nicola Zitara e alla pubblicistica dell’epoca, facilmente rintracciabile sul web. Qui sia consentito ricordare solo che all’esposizione universale di Parigi del 1856 il Regno risultò la terza potenza economica dell’Europa dopo Inghilterra e Francia, che possedeva la quarta flotta commerciale mondiale e che intratteneva relazioni economiche e commerciali anche con le Americhe, che la povertà era ridotta al solo 1,4%.
Sia consentito anche di riportare le parole di un “unitarista” convinto, come del resto lo siamo anche noi oggi, quelle di Giustino Fortunato: “L’unità d’Italia … è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali” (lettera a Pasquale Villari n. 98, 2 settembre 1899). Salvemini rincarava: “Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata …”. Sempre Fortunato a Benedetto Croce nel 1923 scriveva: “Non disdico il mio ‘unitarismo’: ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del nord. Sono dei porci più porci dei nostri maggiori porci”.

Non potremmo concludere bene se non riportassimo alcune risposte di Pino Aprile ad un’intervista di positanonew e anche del Giornale: “Un importante accademico mi obiettava che queste [il massacro del Sud] sono cose note da sempre. E perché non ce le avete mai raccontate? Ho chiesto. Lui ha risposto che questo non è proprio il momento più adatto per farlo, considerata la delicata situazione politica [e forse, diciamo noi, si riferiva alle mire e all’ingordigia della Lega nord]”.
Continua Aprile: “Beh, se si consideri, che Galli Della Loggia ha più volte parlato [come il filosofo della politica Cofrancesco, del resto] di invenzioni circa le stragi. Poi ha ritenuto che sono normali in una guerra civile [quindi riconosce che ci fu una guerra civile] … Poi, poco più avanti, [ha sostenuto] che sono cose note da sempre. Allora: sono vero o no? I documenti sono alla portata di tutti …”.
Considerazioni molto semplici, che però fanno il paio con quello che successe all’indomani dell’Unità. Ci riferiamo a quello che è successo a proposito della Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio e lo stato delle regioni del Mezzogiorno del 22 dicembre 1862.
Citiamo da Tommaso Pedio, Brigantaggio meridionale: “Tutti diffidano e temono che i deputati venuti da Torino possano scoprire le condizioni reali delle province meridionali … i galantuomini non sono sinceri … manifestano tutti, anche i più compromessi con il passato regime, profondi sentimenti liberali, dicono di approvare la politica della Destra … tutti, anche gli amici e manutengoli dei briganti, sollecitano maggior rigore e un’efficace azione di lotta contro il brigantaggio. Nessuno però si mostra disposto a restituire le terre usurpate e nessuno sollecita la quotizzazioni e le assegnazioni delle terre demaniali … ai contadini poveri … né di questo si preoccupano … i deputati scesi nell’Italia meridionale … Ascoltano solo una voce, quella dei galantuomini”.
Insomma la classe politica e dirigente meridionale abbandona il proprio popolo ad esclusivo vantaggio dei propri interessi, non diversamente di tanti politici, intellettuali e dirigenti di oggi.

L’emigrazione ha fatto e fa il resto, togliendo la stessa possibilità di ricostruire una società strutturata e di rinnovare e creare una articolata, stabile classe dirigente e numericamente compatibile con la modernità.
“Percentualmente, [fino al 1873], l’85% degli emigrati proveniva dalle regioni del Nord d’Italia, fu solo dopo la crisi agraria degli anni ’80 che i meridionali [che prima non conoscevano l’emigrazione] presero il sopravvento raggiungendo il 56% nel 1920. Nell’anno 1900 l'emigrazione italiana complessiva aveva già raggiunto la enorme cifra di 8 milioni di individui di cui 5 milioni provenivano dalle ex Due Sicilie …; espatriò dal Sud oltre il 30% della popolazione.
Ancora negli anni '50 e '60 del Novecento altri sei milioni di meridionali emigrarono, ai giorni nostri la diaspora continua e [dopo 150 anni dall’unità] ben 90mila meridionali sono costretti a lasciare ogni anno le loro terre: la eterna “questione meridionale” (G. Ressa, Il Sud …)Ben 2.000.000 sono i giovani meridionali che dai primi anni ’90 sono emigrati.
Diamoci da fare, perché i proventi delle mafie, del lavoro nero, dell’emigrazione e di altre schifezze, filtrati dalle banche che sono di proprietà centro-settentrionale, continuano a depredare il Sud, colonia “miniera d’oro”.
[Luigi Capozza]

1 commento:

  1. ERAN TRECENTO

    Di Basilio Santòcrile

    “Eran trecento: eran giovani e forti: E son morti!”
    Gloria ai caduti da ambo le parti …
    ma sotto la bianca bandiera
    banditi … ad invertire le sorti.

    Banditi a difesa di un regno tradito,
    d’un volgo soppresso invaso straniero,
    soltanto canzoni, battaglie, ho udito.

    All’impari lotta di gente si spoglia …
    spogliata di tutto… tranne l’orgoglio
    ai pianti di donne stuprate su soglia.

    Di bimbi che piangon sepolte le madri amate,
    gli sposi l’accoglie il bosco, la spada, lo schioppo,
    non resta nient’altro che terre e case bruciate.

    Si danno alla macchia, combatton sui monti,
    difendon le prole, le spose, la patria, l’onore, il re,
    non furon chiamati soldati… soltanto BANDITI.

    Per questo da terra natia lontano
    furon soppressi nei lager
    fra Torino e Milano.

    Basilio SANTÒCRILE
    ( dal Volume POESIE -) Proprietà letteraria riservata di Basilio Santòcrile, viene consentita la riproduzione dei racconti poesie detti ecc.. per intero a mezzo stampa radio TV ed internet, citando l’ autori e il titolo del libro. – basilio.santocrile@libero.it. Fax 06/99331572

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